"La conquista della felicità" non è e non vuole essere la soluzione a tutti i problemi esistenziali dell'uomo moderno, bensì il tentativo di individuare concretamente una via verso una consapevole serenità. Autonomia di giudizio, rispetto delle opinioni altrui, solidarietà, pari opportunità per tutti, sono, per Russell, alcuni degli ingredienti per una moderna ricetta dell "felicità".
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giovedì 25 luglio 2013
domenica 4 dicembre 2011
Assioma 5 - Cortometraggio
Qualche sera fa mi sono ritrovato con degli amici per uno spritzzetto in compagnia e chiaccherando del più del meno è saltato fuori che anni fa sono stati protagonisti di un cortometraggio a tema scientifico-matematico-fisico-filosofico. Sulle prime pensavo fosse l'effetto dello spritz, ma poi mi hanno assicurato che si trattava si un cortometraggio realmente girato e mi hanno cosigliato di cercarlo su YouTube con il titolo Assioma 5. Infatti, dopo una rapidissima ricerca, ho trovato il video nel quale mi sono divertito a riconoscere facce più o meno note e ad apprezzarne i costumi, la colonna sonora, le location e gli effetti speciali. La storia è incentrata sulle vite di Euclide e Eistein, legate, a distanza di parecchio tempo, dal problema delle rette parallele, ovvero dal quinto postulato della geometria euclidea, da cui il titolo del film.
mercoledì 28 settembre 2011
J.S. Mill - Sulla libertà [1858]
E' intorno alla libertà che ruotano, secondo Mill, le grandi questioni della felicità umana, del progresso, della responsabilità, e della stessa ricerca della verità. Il saggio è volto a chiarire il carattere inscindibile di questo legame. Quanto al problema della libertà politica in particolare, con l'affermarsi dei sistemi democratici moderni non si tratta più di limitare il potere dello Stato sui cittadini, quanto di salvaguardare la "sovranità dell'individuo" dal potere pervasivo della società.
Saggio sulla libertà
lunedì 14 giugno 2010
Nuova arte per nuove identità
Nella sociologia, nelle scienze etnoantropologiche e sociali, il concetto di identità assume una duplice modalità: da un lato, esso contempla il modo con cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di un determinato gruppo sociale (es. Nazione, etnia, genere, ecc…), dall’altro, si concretizza nel modo in cui questi gruppi consentono al singolo individuo di collocarsi e di relazionarsi con essi. E’ chiaro perciò che per la formazione di ogni identità non si può prescindere dal confronto con due componenti fondamentali: l’identificazione tra il soggetto e le figure con le quali esso condivide alcuni caratteri che producono senso di appartenenza; l’individuazione, cioè l’emersione di caratteristiche in questo soggetto che lo differiscono sia dagli elementi del gruppo a cui appartiene sia dagli elementi degli altri gruppi. Su tale dicotomia si innesta anche il concetto di identità multipla, ovvero la posizione autodeterminata o meno che questo soggetto assume all’interno della rete di relazioni e percezioni presenti nel gruppo sociale. Ma nell’epoca della post-modernità, come già affermava Z. Bauman, questa identità personale sta lentamente perdendo alcuni punti di riferimento, quali la cultura, la religione e l’etnia che sono essenziali per i rapporti tra l’Io del soggetto e il gruppo con il quale esso si relaziona, dando così vita ad uno stato fluido e mutevole dell’identità. Oltre a queste situazioni presenti nella società contemporanea, gli studiosi E. Reid, A. Bruckman e S. Turkle affermano poi che l’avvento dell’informazione in rete potrebbe far perdere al soggetto la propria corporeità e concretezza, dandogli la possibilità di sperimentare liberamente e senza freni con la propria identità che diverrebbe oltre che fluida anche multipla ed alternativa acquisendo di conseguenza la possibilità di servirsi di risorse simboliche, se non false, per interagire con gli altri. Il quadro che si delinea sembra perciò mostrarci un periodo storico nel quale il soggetto si caratterizza per la sua non-identità personale, teso però al raggiungimento di una compiutezza personale, che molto probabilmente mai raggiungerà, e fortemente caratterizzato dal variare del ruolo e della posizione che esso intende assumere all’interno del contesto della rete di relazioni. Va altresì aggiunto che tale nuova posizione assunta dal soggetto modifica il concetto di identità anche sul piano filosofico: esso non è più entità definibile e perciò riconoscibile in quanto detentore di qualità che concretamente lo distinguono dagli altri enti ed in grado di costruire relazioni stabili e durature con questi. Sulla scia di queste evoluzioni che coinvolgono l’uomo odierno, è chiaro che anche l’idea di Arte, in quanto suo specchio, ha subito in tutte le sue manifestazioni dei mutamenti spesso negativi. Infatti l’Arte oggi sembra abbia perso quel ruolo positivo di atto creativo dell’essere umano basato su un processo intellettuale, gestuale e tecnico, acquisito sia teoricamente sia attraverso l’esperienza, capace di essere testimonianza sensibile dell’uomo d’ogni tempo, tanto da apparire fossilizzata nel sicuro passato o nel muto realismo o nell’estetismo ridondante o nel banale eclettismo o nella mistificatoria propaganda o nell’occasionale gestualità o, in fine, nel solo investimento economico. La possibilità che l’Arte possa riassumere quel ruolo, che Le è proprio, di forza chiarificatrice dell’identità dell’uomo contemporaneo, non si realizza con il rifugiarsi nel laconico lamento estemporaneo declamato della propria torre eburnea, ma con l’agire artistico stesso. Quest’ultimo deve riacquistare quegli aspetti che gli erano, e sono, sostanziali: la genuina volontà di raggiungere in modo conscio ed autonomo degli scopi e la necessità che tali obiettivi si rivestano di valori sensibili. Solo così si può ottenere una dimensione dell’Arte pregna sul piano culturale, utile, dal forte valore educativo ed analitico e in grado di narrare e descrivere il tempo nel quale essa vive ed opera e perciò in grado, anche servendosi dei mezzi contemporanei, di testimoniare il mondo d’oggi e di ridare chiarezza consapevole al concetto di identità. Solo conoscendo in modo cosciente e chiaro, ed essendo sicuri di se stessi e dei molteplici stati che possiamo assumere, si può costruire una propria identità atta all’interazione con gli altri enti e perciò capace di dare vita a nuove relazioni stabili in grado di soddisfare sia il proprio senso di appartenenza sia la voglia di condivisione. Le operatività e gli ideali che l’Arte ha a disposizione per far sì che questo avvenga, partono da due cardini: una progettazione sapiente e consapevole ed un nuovo concetto degli elementi base che la compongono. Per progettualità si intende il dar vita ad un costrutto artistico complesso seguendo un programma ben definito, libero, anche nelle azioni più estreme, dal pressappochismo e dall’occasionalità, guidato nell’esecuzione tecnica e nella scelta dei materiali, monitorabile nelle fasi di costruzione e riconducibile ad un atto creativo mai banale, ma necessario e soprattutto sensibile. Invece per elementi base si intendono una elucubrata applicabilità a partire dalle “cose” semplici che strutturano l’opera, quali la forma e la materia che, come affermato nel “sinolo” aristotelico, danno vita all’ente e dal quale deriva l’essenza. Per realizzare tutto ciò, serve una diversa, e forse nuova, figura d’artista: egli deve, come prima istanza, ritornare ad essere intellettuale e non più paradigma di una società muta e deve riuscire, come secondo passo, a captare, attraverso il suo sentire interiore e le più svariare modalità e i molteplici risultati, a creare nuove idee, immagini e forme che siano di contributo alla riqualificazione dei perduti valori che compongono l’identità dell’uomo contemporaneo, per fare in modo che quest’ultimo grazie all’arte possieda una guida per fare ordine all’interno del suo vivere.
Siro Perin
lunedì 5 aprile 2010
Robert Pirsig - Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta [1974]
Una Grande Avventura, a cavallo di una motocicletta e della mente; una visione variegata dell'America on the road, dal Minnesota al Pacifico; un lucido, tortuoso viaggio iniziatico. Qual è la differenza fra chi viaggia in motocicletta sapendo come la moto funziona e chi non lo sa? In che misura ci si deve occupare della manutenzione della propria motocicletta? Mentre guarda smaglianti prati blu di fiori di lino, nella mente del narratore si formula una risposta: «Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore». Questo pensiero è la minuscola leva che servirà a sollevare altre domande subito incombenti: da che cosa nasce la tecnologia, perché provoca odio, perché è illusorio sfuggirle? Che cos'è la Qualità? Perché non possiamo vivere senza di essa?
Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta (Gli Adelphi)
sabato 25 luglio 2009
Platone - Repubblica

Dopo aver assistito al logorarsi delle forme di governo dell’Atene degli ultimi anni, la democrazia e l’oligarchia, verso il 390, nove anni dopo la morte di Socrate, Platone pose mano alla Politeía, forse la massima opera del filosofo delle Idee. Si noti, tra l’altro, che la traduzione tradizionale del titolo non è del tutto legittima, giacché sarebbe meglio rendere il termine greco con “costituzione”, “forma di governo”. L’oggetto del dialogo, cui prendono parte Socrate, Glaucone, Polemarco, Adimanto, Cefalo e Trasimaco, è la perfetta comunità politica e sociale. L’assunto fondamentale della disamina platonica è la necessità che a governare siano i filosofi, o, che è lo stesso, che i governanti siano filosofi. Governare, precisa Platone, non è, ovviamente, facile: si tratta di comprendere il bene collettivo e tradurlo in leggi e atti politici opportuni. Inoltre, non si spiega, argomenta Platone, come scienze e discipline meno complesse, come la medicina, siano praticate da pochi, mentre la politica è così spesso affidata alla massa amorfa o a pochi incompetenti. È chiaro, dunque, che né la democrazia, né l’oligarchia (tanto meno la tirannide) possono essere riguardate come modello politico in grado di garantire la giustizia. È proprio la giustizia, opposta da Platone al diritto del più forte sostenuto dai sofisti, la condizione fondamentale della nascita e della vita dello stato. Su queste basi, Platone descrive il suo modello ideale di stato. La comunità dovrà essere divisa in tre classi: governanti (caratterizzati dalla saggezza), guerrieri (cui peculiarità è il coraggio) e cittadini-lavoratori (dotati di temperanza). Sarà unito e giusto lo stato nel quale ogni individuo attenda al cómpito che gli è deputato e abbia quel che gli spetta, in proporzione. I cómpiti in una comunità sono tanti: l’importante è che ognuno scelga il più adatto alla propria costituzione caratteriale e vi si dedichi. L’appartenenza ad una o ad un’altra classe è dettata, nello stato platonico, da fatti antropologico-psicologici, cioè dalla prevalenza nella psyché del singolo della parte razionale (governanti), concupiscibile (lavoratori) o irascibile (guerrieri), ovvero dalle qualità individuali. Ecco perché in Platone non si può parlare di caste, ma si deve parlare di classi: una certa mobilità sociale è ammessa. Nel caso che il figlio di un governante non somigli al padre, sarà retrocesso in un’altra classe. È evidente, però, come quest’evento sarà piuttosto raro. Uno degli aspetti più propri dello stato ideale delineato da Platone è l’eliminazione della proprietà privata, in seno, però, solo alla classe superiore dei governanti-filosofi. I governanti avranno in comune anche le donne, completamente eguagliate agli uomini; unioni matrimoniali saranno temporanee e i bimbi saranno tolti ai loro genitori sin dalla nascita «e così saranno di tutti anche i figli». L’essenza del “comunismo” platonico risiede in definitiva nella tesi economica dell’eliminazione della proprietà privata e nella tesi sessuale dell’eliminazione della famiglia e della parificazione uomo-donna. Tutto ciò finalizzato alla più completa dedizione al bene comune e statale. Due domande si presentano ora improrogabili: “I guardiani sono felici?” e “Chi custodirà i custodi?”. Alla prima Platone risponde che la felicità risiede nella giustizia, ovvero nell’assolvere completamente alle proprie mansioni, in vista dell’armonia complessiva dello stato. Alla seconda il filosofo risponde che, in virtù della loro formazione, i custodi saranno già in grado di custodire se stessi.
Alberto Dainese
Repubblica. Testo greco a fronte. Ediz. integrale (Grandi tascabili economici)
domenica 19 luglio 2009
Il mito di Sisifo
Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza.
Se si crede ad Omero, Sisifo era il più saggio e il più prudente dei mortali; ma, secondo un'altra tradizione, tuttavia, egli era incline al mestiere di brigante. Io non vedo in questo una contraddizione. Sono diverse le opinioni riguardanti le cause per le quali divenne l'inutile lavoratore degli inferi. Gli vengono rimproverate anzitutto alcune leggerezze commesse con gli dei, in quanto svelò i loro segreti. Egina, figlia di Asopo, era stata rapita da Giove. Il padre si sorprese della sparizione e se ne lagnò con Sisifo, il quale, essendo a conoscenza del rapimento, offerse ad Asopo di renderlo edotto, a condizione che questi donasse acqua alla cittadella di Corinto. Ai fulmini celesti, egli preferì la benedizione dell'acqua, e ne fu punito nell'inferno. Omero ci racconta pure che Sisifo aveva incatenato la Morte. Plutone, non potendo sopportare lo spettacolo del suo impero deserto e silenzioso, mandò il dio della guerra, che liberò la Morte dalle mani del suo vincitore. Si dice ancora che Sisifo, vicino a morire, volle imprudentemente aver una prova dell'amore di sua moglie, e le ordinò di gettare il suo corpo senza sepoltura nel mezzo della piazza pubblica. Sisifo si ritrovò agli inferi, e là, irritato per un'obbedienza così contraria all'amore umano, ottenne da Plutone il permesso di ritornare sulla terra per castigare la moglie. Ma, quando ebbe visto di nuovo l'aspetto del mondo, ed ebbe gustato l'acqua e il sole, le pietre calde e il mare, non volle più ritornare nell'ombra infernale. I richiami, le collere, gli avvertimenti non valsero a nulla. Molti anni ancora egli visse davanti alla curva del golfo, di fronte al mare scintillante e ai sorrisi della terra. Fu necessaria una sentenza degli dei. Mercurio venne a ghermire l'audace per il bavero, e, togliendolo alle sue gioie, lo ricondusse con la forza agli inferi, dove il macigno era già pronto.
Si è già capito che Sisifo è l' eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Il disprezzo per gli dei, l'odio contro la morte e la passione per la vita, gli hanno procurato l' indicibile supplizio, in cui tutto l'essere si adopra per nulla condurre a termine. È il prezzo che bisogna pagare per le passioni della terra. Nulla ci è detto su Sisifo all'inferno. I miti sono fatti perché l'immaginazione li animi. In quanto a quello di cui si tratta, vi si vede soltanto lo sforzo di un corpo teso nel sollevare l'enorme pietra, farla rotolare e aiutarla a salire una china cento volte ricominciata; si vede il volto contratto, la gota appiccicata contro la pietra, il soccorso portato da una spalla, che riceve il peso della massa coperta di creta, da un piede che la rincalza, la ripresa fatta a forza di braccia, la sicurezza tutta umana di due mani piene di terra. Al termine estremo di questo lungo sforzo, la cui misura è data dallo spazio senza ciclo e dal tempo senza profondità, la meta è raggiunta. Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità. Egli ridiscende al piano.
È durante questo ritorno che Sisifo mi interessa. Un volto che patisce tanto vicino alla pietra, è già pietra esso stesso! Vedo quell'uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest'ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest'ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino. È più forte del suo macigno.
Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L'operaio d'oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l'estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo.
Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia. Questa parola non è esagerata. Immagino ancora Sisifo che ritorna verso il suo macigno e, all'inizio, il dolore è in lui. Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel cuore dell'uomo la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L'immenso cordoglio è troppo pesante da portare. Sono le nostre notti di Getsemani. Ma le verità schiaccianti soccombono per il fatto che vengono conosciute. Così Edipo obbedisce dapprima al destino, senza saperlo. Dal momento in cui lo sa, ha inizio la sua tragedia, ma, nello stesso istante, cieco e disperato, egli capisce che il solo legame che lo tiene avvinto al mondo è la fresca mano di una giovinetta. Una sentenza immane risuona allora: "Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dall'anima mia mi fanno giudicare che tutto sia bene." L'Edipo di Sofocle, come Kirillov di Dostoevskij, esprime cosi la formula della vittoria assurda. La saggezza antica si ricollega all'eroismo moderno.
Non si scopre l'assurdo senza esser tentati di scrivere un manuale della felicità. "E come! Per vie cosi anguste?". Ma vi è soltanto un mondo. La felicità e l'assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. L'errore starebbe nel dire che la felicità nasce per forza dalla scoperta assurda. Può anche succedere che il sentimento dell'assurdo nasca dalla felicità. "Io reputo che tutto sia bene" dice Edipo e le sue parole sono sacre e risuonano nell'universo selvaggio e limitato dell'uomo, e insegnano che tutto non è e non è stato esaurito, scacciano da questo mondo un dio che vi era entrato con l'insoddisfazione e il gusto dei dolori inutili. Esse fanno del destino una questione di uomini, che deve essere regolata fra uomini.
Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Parimente, l' uomo assurdo; quando contempla il suo tormento, fa tacere tutti gli idoli. Nell'universo improvvisamente restituito al silenzio, si alzano le mille lievi voci attonite della terra. Richiami incoscienti e segreti, inviti di tutti i volti sono il necessario rovescio e il prezzo della vittoria. Non v'è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte. Se l'uomo assurdo dice di sì, il suo sforzo non avrà più tregua. Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Cosi, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.
Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.
Se si crede ad Omero, Sisifo era il più saggio e il più prudente dei mortali; ma, secondo un'altra tradizione, tuttavia, egli era incline al mestiere di brigante. Io non vedo in questo una contraddizione. Sono diverse le opinioni riguardanti le cause per le quali divenne l'inutile lavoratore degli inferi. Gli vengono rimproverate anzitutto alcune leggerezze commesse con gli dei, in quanto svelò i loro segreti. Egina, figlia di Asopo, era stata rapita da Giove. Il padre si sorprese della sparizione e se ne lagnò con Sisifo, il quale, essendo a conoscenza del rapimento, offerse ad Asopo di renderlo edotto, a condizione che questi donasse acqua alla cittadella di Corinto. Ai fulmini celesti, egli preferì la benedizione dell'acqua, e ne fu punito nell'inferno. Omero ci racconta pure che Sisifo aveva incatenato la Morte. Plutone, non potendo sopportare lo spettacolo del suo impero deserto e silenzioso, mandò il dio della guerra, che liberò la Morte dalle mani del suo vincitore. Si dice ancora che Sisifo, vicino a morire, volle imprudentemente aver una prova dell'amore di sua moglie, e le ordinò di gettare il suo corpo senza sepoltura nel mezzo della piazza pubblica. Sisifo si ritrovò agli inferi, e là, irritato per un'obbedienza così contraria all'amore umano, ottenne da Plutone il permesso di ritornare sulla terra per castigare la moglie. Ma, quando ebbe visto di nuovo l'aspetto del mondo, ed ebbe gustato l'acqua e il sole, le pietre calde e il mare, non volle più ritornare nell'ombra infernale. I richiami, le collere, gli avvertimenti non valsero a nulla. Molti anni ancora egli visse davanti alla curva del golfo, di fronte al mare scintillante e ai sorrisi della terra. Fu necessaria una sentenza degli dei. Mercurio venne a ghermire l'audace per il bavero, e, togliendolo alle sue gioie, lo ricondusse con la forza agli inferi, dove il macigno era già pronto.
Si è già capito che Sisifo è l' eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Il disprezzo per gli dei, l'odio contro la morte e la passione per la vita, gli hanno procurato l' indicibile supplizio, in cui tutto l'essere si adopra per nulla condurre a termine. È il prezzo che bisogna pagare per le passioni della terra. Nulla ci è detto su Sisifo all'inferno. I miti sono fatti perché l'immaginazione li animi. In quanto a quello di cui si tratta, vi si vede soltanto lo sforzo di un corpo teso nel sollevare l'enorme pietra, farla rotolare e aiutarla a salire una china cento volte ricominciata; si vede il volto contratto, la gota appiccicata contro la pietra, il soccorso portato da una spalla, che riceve il peso della massa coperta di creta, da un piede che la rincalza, la ripresa fatta a forza di braccia, la sicurezza tutta umana di due mani piene di terra. Al termine estremo di questo lungo sforzo, la cui misura è data dallo spazio senza ciclo e dal tempo senza profondità, la meta è raggiunta. Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità. Egli ridiscende al piano.
È durante questo ritorno che Sisifo mi interessa. Un volto che patisce tanto vicino alla pietra, è già pietra esso stesso! Vedo quell'uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest'ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest'ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino. È più forte del suo macigno.
Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L'operaio d'oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l'estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo.
Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia. Questa parola non è esagerata. Immagino ancora Sisifo che ritorna verso il suo macigno e, all'inizio, il dolore è in lui. Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel cuore dell'uomo la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L'immenso cordoglio è troppo pesante da portare. Sono le nostre notti di Getsemani. Ma le verità schiaccianti soccombono per il fatto che vengono conosciute. Così Edipo obbedisce dapprima al destino, senza saperlo. Dal momento in cui lo sa, ha inizio la sua tragedia, ma, nello stesso istante, cieco e disperato, egli capisce che il solo legame che lo tiene avvinto al mondo è la fresca mano di una giovinetta. Una sentenza immane risuona allora: "Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dall'anima mia mi fanno giudicare che tutto sia bene." L'Edipo di Sofocle, come Kirillov di Dostoevskij, esprime cosi la formula della vittoria assurda. La saggezza antica si ricollega all'eroismo moderno.
Non si scopre l'assurdo senza esser tentati di scrivere un manuale della felicità. "E come! Per vie cosi anguste?". Ma vi è soltanto un mondo. La felicità e l'assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. L'errore starebbe nel dire che la felicità nasce per forza dalla scoperta assurda. Può anche succedere che il sentimento dell'assurdo nasca dalla felicità. "Io reputo che tutto sia bene" dice Edipo e le sue parole sono sacre e risuonano nell'universo selvaggio e limitato dell'uomo, e insegnano che tutto non è e non è stato esaurito, scacciano da questo mondo un dio che vi era entrato con l'insoddisfazione e il gusto dei dolori inutili. Esse fanno del destino una questione di uomini, che deve essere regolata fra uomini.
Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua. Parimente, l' uomo assurdo; quando contempla il suo tormento, fa tacere tutti gli idoli. Nell'universo improvvisamente restituito al silenzio, si alzano le mille lievi voci attonite della terra. Richiami incoscienti e segreti, inviti di tutti i volti sono il necessario rovescio e il prezzo della vittoria. Non v'è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte. Se l'uomo assurdo dice di sì, il suo sforzo non avrà più tregua. Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Cosi, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.
Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.
Albert Camus - 1942
sabato 28 febbraio 2009
Voltaire - Dizionario filosofico

Opera della maturità, il Dizionario filosofico riprende lo spirito antisistematico e divulgativo dell'Encyclopédie affrontando con stile polemico e aneddotico i capisaldi del pensiero illuminista: la critica alle religioni rivelate, l'insolubilità del problema del male, la ridicolizzazione di ogni dogmatismo, la dissociazione della morale dalla fede, l'elevazione della ragione a unico strumento di indagine e comprensione, l'elogio della tolleranza, dello stato laico e della libertà. Con spirito sottile e ampiezza di visione critica Voltaire ripercorre i grandi temi del suo orizzonte culturale consegnandoci una sintesi che brilla, allora come oggi, per il suo provocatorio gusto della verità.
Dizionario filosofico. Ediz. integrale (Grandi tascabili economici)
venerdì 26 dicembre 2008
Arthur Schopenhauer - La seggezza della vita

In questa raccolta di massime e aforismi il filosofo di Danzica affronta il tema della felicità della vita delineando comportamenti e precetti fondamentali per acquisire quella "saggezza della vita" indispensabile per trascorrere una esistenza, se non proprio felice, almeno priva di dolori ed affanni, in sintonia ad uno dei suoi più cupi convincimenti secondo il quale "ogni felicità è una chimera, mentre il dolore è reale". L'opera si compone di sei capitoli, i primi dedicati interamente ad indagare e a comprendere da che cosa dipende la felicità fino all'individuazione di tre determinazioni fondamentali: ciò che si è, ciò che si ha ed infine ciò che si rappresenta. Una delle tesi cardine alla quale Schopenhauer perviene è che la felicità dipende in più ampia misura da ciò che si è che da ciò che si ha e/o si rappresenta, dedicando tre interi capitoli per suffragare tale supremazia. Nella dissertazione vengono anche ricercate le cause del mancato raggiungimento della felicità, e tutti gli elementi che ostacolano il cammino verso essa, evidenziandone in particolare due: il dolore e la noia introducendo un interessante dualismo tra i nomadi, che si spostano per bisogno (dolore) e i turisti che invece lo fanno per scampare alla noia. E' per sfuggire a questi mali che gli uomini comuni si lasciano attrarre dalle compagnie insulse e si dedicano a passatempi volgari come il gioco delle carte o le inutili chiacchiere. Schopenhauer esalta l' individualità e consiglia la solitudine come il miglior mezzo per raggiungere la felicità, asserendo che "bastare a se stessi, essere se stessi in tutto e per tutto è certamente il requisito più utile per la nostra felicità". Ad ulteriore conferma della scarsa importanza che riveste ciò che non è direttamente legato a se stessi, si può leggere una lunga critica ad una stupida consuetudine del suo tempo, ovvero l' onore cavalleresco, vista come corollario di un più ampio discorso sulla fama e sull' onore. Altro tema legato alla fama è il binomio azioni-opere: le azioni sono frutto del cuore e sono destinate a durare nel tempo, le opere sono invece un prodotto del cuore e sono destinate ad essere dimenticate con il passare del tempo. Il quinto capitolo raccoglie una serie di massime e pensieri che toccano i più svariati argomenti come l'importanza del sonno, la nocività dell'invidia, la necessità di ridimensionare le proprie aspettative di vita, l'utilità di munirsi di una grande provvista di prudenza e tolleranza: la prima per evitare danni e perdite, la seconda per limitare liti e imbrogli. L'opera si chiude con un saggio sulle differenze tra le varie età della vita, dal quale emerge che la vecchiaia, per l'uomo che ha saputo coltivare i piaceri dello spirito, non è un'epoca gelida e sterile, ma l'occasione per riflettere su come si è spesa la propria esistenza e per compilarne un bilancio, che per Schopenhauer è sempre e comunque in passivo.
La saggezza della vita. Ediz. integrale (Grandi tascabili economici)
martedì 8 luglio 2008
S. Boezio - La consolazione della Filosofia [526]

Poche opere ebbero, per tutto il corso del Medioevo, la fama e il prestigio della Consolatio Philosophiae di Boezio - il senatore romano giustiziato da Teodorico nel 524, che Dante celebra nel Paradiso fra le anime sapienti del cielo del Sole. Scritta in prigionia, alla vigilia della morte, l'opera reca l'impronta di quelle esperienze estreme in cui un uomo, senza più futuro, è indotto a rimeditare i valori e gli ideali sui quali ha fondato la vita. Boezio era un intellettuale di vastissima dottrina, uno degli ingegni più lucidi del suo tempo, imbevuto di cultura neoplatonica e aristotelica. Vissuto "al limite di due mondi", nel fosco tramonto della civiltà romana - e tuttavia mantenendo in vita il patrimonio filosofico antico - egli fu, come pochi altri, consapevole della crisi in cui si dibatteva l'Occidente. Giustamente poté apparire l'ultimo dei Romani e il primo dei tempi nuovi, il fondatore della scolastica. Ma nessuno dei suoi molti trattati dottrinali ebbe echi così intensi come La consolazione della filosofia: questa sorta di romanzo filosofico, misto di prosa e di versi, che condensa e sintetizza; nei termini di una meditazione lucida e commossa, il vasto dibattito del pensiero etico classico sui problemi perenni della coscienza: il male e il bene, il Fato e il libero arbitrio, la volontà e la prescienza di Dio. Dell'opera, cui è premessa l'introduzione di una medievalista illustre, Christine Mohrmann, è qui pubblicato il testo integrale, tradotto e annotato da Ovidio Dallera. Sono inoltre riprodotte nel volume le miniature di un codice berlinese del XV secolo.
Aborrite, dunque, il male, coltivate e virtù, levate l'animo
a rette speranze, protendete verso l'alto umili preghiere. Grande la necessità
che vi è stata comminata, quella dell'essere onesti, se non volete fingere di
non vedere, dal momento che voi vivete sotto gli occhi di un giudice che vede
ogni cosa. (Severino Boezio)
La consolazione della filosofia. Testo latino a fronte (Classici del pensiero)
lunedì 30 giugno 2008
F.W.Nietzsche - Aurora.Pensieri sui pregiudizi morali [1881]

Nell'inverno 1880-81, durante il primo lungo soggiorno genovese, Nietzsche dette forma definitiva ai pensieri che, via via, aveva annotato nel corso dell'anno precedente, tra Naumburg e Riva del Garda, Venezia e Marienbad, ancora Naumburg e Stresa: il primo anno "errante", dopo le dimissioni dall'università. Furono mesi, nella fredda mansarda genovese, di grande solitudine e raccoglimento. Il pathos di questo periodo si esprime principalmente in quella che Nietzsche chiama la "passione nuova" ("Passio nova", come titolo da dare all'opera nascente, torna spesso negli appunti preparatori di Aurora), cioè la "passione della conoscenza". Se Umano, troppo umano celebra l'avvenuta liberazione dello spirito, Aurora è un inno alla passione della conoscenza: tra i due momenti vi è affinità e continuità, ma mentre Umano è ancora "il monumento di una crisi", cioè l'espressione del distacco senza ritorno dagli ideali decadenti ed estetizzanti, che per Nietzsche d'ora in poi si esprimeranno nel binomio Wagner e Schopenhauer, Aurora ci fa sentire un Nietzsche che ha preso ancora più saldamente possesso di se stesso e ha scoperto il suo "compito" nell'esercizio eroico della conoscenza.
"Ma se si prende congedo da questo libro portando dentro
di sé un'ombrosa prudenza verso tutto quanto fino a oggi è stato onorato e
perfino venerato sotto il nome di morale, ciò non contraddice al fatto che in
tutto il libro non si scopre una parola di negazione, un attacco, una malignità
- esso piuttosto riposa al sole in mezzo agli scogli, rotondo e beato come un
animale marino. In fondo ero io stesso quell'animale marino". (Nietzsche)
Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (Piccola biblioteca Adelphi)
domenica 22 giugno 2008
F. W. Nietzsche - La classe impossibile
La classe impossibile. - Povero, lieto e indipendente! - queste cose insieme sono possibili; povero, lieto e schiavo! - anche queste sono possibili,- e agli operai, della schiavitù della fabbrica, non saprei dire niente di meglio, posto che essi non avvertano in generale come un’infamia il venir adoperati in tal modo, ed è quel che accade, come ingranaggi di una macchina e, per così dire, come tappabuchi dell’umana arte dell’invenzione! Puah! Credere che attraverso un salario più elevato possa esser cancellata la sostanza della loro miseria, cioè la loro condizione di impersonale asservimento. Puah! Lasciarsi convincere che attraverso un potenziamento di questa impersonalità si possa, all’interno del congegno meccanico di una nuova società, trasformare in virtù l’infamia della schiavitù! Puah! Avere un prezzo, per il quale non si è più persone, ma si diviene ingranaggi! Non siete voi i cospiratori, nell’attuale follia delle nazioni che vogliono anzitutto produrre il più possibile ed essere il più possibile ricche? Starebbe a voi presentare il conto: quali grandi somme di valore interiore vengono gettate per un tale obiettivo esteriore! Ma dov’è il vostro valore interiore, se non sapete più cosa voglia dire respirare liberamente? Se non avete neppure un poco, voi stessi, in vostro potere? Se troppo spesso avete disgusto di voi stessi come di una bevanda stantia? Se prestate ascolto al giornale e sbirciate il vostro vicino, eccitati dal rapido salire e discendere di potenza, denaro e opinioni? Se non avete più fiducia nella filosofia che si veste di stracci, nella franchezza di chi è senza bisogni? Se per voi è divenuta motivo di scherno la volontaria e idillica povertà, la mancanza di professione e di matrimonio, quale dovrebbe proprio confarsi ai più spirituali tra di voi? Non risuona sempre, invece, ai vostri orecchi, il piffero dei socialisti acchiappatopi, che vi vogliono eccitare con assurde speranze? Che vi ordinano di essere pronti e niente altro che questo, pronti dall’oggi al domani, cosicché non facciate altro che aspettare qualcosa dall’esterno e per il resto viviate come avete finora vissuto - sinché questa attesa non divenga fame e sete e febbre e follia, e alla fine sorga il giorno della bestia triumphans in tutta la sua maestosità? - Invece ognuno dovrebbe pensare dentro di sé: «Meglio emigrare, in selvagge e fresche regioni del mondo cercar di divenir padrone e, soprattutto, padrone di me stesso; cambiare luogo finché continua a ammiccarmi un qualche segno di schiavitù; non scansare l’avventura e la guerra e per i casi peggiori tenersi pronto alla morte: purché finisca questa indecente condizione di schiavitù, purché cessi questo inacidirsi e invelenirsi e questo fare i cospiratori!». Questo sarebbe il giusto modo di pensare: gli operai in Europa d’ora innanzi dovrebbero dichiararsi come classe un’impossibilità umana, e non solo, come per lo più avviene, come qualcosa di duramente e inopportunamente organizzato; essi dovrebbero introdurre nell’alveare europeo l’epoca del grandi sciami migratori quali finora non si erano mai visti, e, attraverso questa azione di libertà di emigrazione in grande stile, protestare contro la macchina, contro il capitale e contro la scelta che adesso li minaccia, quella cioè di dover diventare o schiavi dello Stato o schiavi di un partito sovversivo. Che possa l’Europa alleggerirsi di un quarto dei suoi abitanti! Ad essa e a loro il cuore si farà più leggero! Solo nella lontananza, nelle imprese di entusiaste spedizioni di colonizzatori si riconoscerà con precisione quanta buona ragione e equità, quanta sana diffidenza la madre Europa abbia incarnato nei suoi figli - questi figli che non potevano più sopportare di restare accanto a lei, la vecchia donna ammuffita, e correvano il rischio di diventar cipigliosi, irascibili e avidi di godimento come lei. Le virtù dell’Europa con questi operai se ne andranno in giro al di fuori dell’Europa; e ciò che all’interno della patria cominciava a degenerare in pericoloso scontento e in delinquenziale inclinazione, al di fuori di essa acquisterà una selvaggia e bella naturalezza e si chiamerà eroismo. - Così, alla fine, ritornerebbe di nuovo un’aria più pura anche nella vecchia Europa, adesso sovrappopolata e tutta intenta a covare dentro di sé! Che manchino pure, allora, le «forze del lavoro»! Forse si rifletterà allora sul fatto che ci si è abituati a tanti bisogni solo dal momento in cui divenne così facile soddisfarli, - e alcuni bisogni si tornerà di nuovo a disimpararli! Forse allora si faranno venir qui dei Cinesi: e questi porterebbero con sé il modo di vivere e di pensare che si conviene a laboriose formiche. Anzi, essi potrebbero nel complesso aiutare ad infondere nel sangue di questa inquieta Europa, che si sta logorando, qualcosa della calma e contemplatività asiatica e - cosa di cui c'é maggiormente necessità - qualcosa della asiatica resistenza e stabilità.
F.W. Nietzsche - "Aurora" , aforisma 206
domenica 15 giugno 2008
Il velo di Maya

Secondo l’antica saggezza religiosa indiana, conservata nei versi dei Veda, che sono fra gli scritti più antichi che ci siano pervenuti, datati intorno ai 5000 anni a.C., la dea Maya, dopo la creazione della terra, la ricoprì di un velo, che impedisce agli uomini di conoscere la vera natura della realtà. E’ scritto:
Mi sono imbattuto sul concetto del Velo di Maya per un motivo decisamente prosaico, e cioè perché mi è capitato fra le mani un vecchio disco dei Cynic: Focus, del 2002 (vedi foto copertina) che tra le varie tracce contiene un brano intitolato per l'appunto Veil of Maya.
“Maya è il velo dell’illusione,che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo, infatti, è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra ch’egli prende per un serpente.”Come è noto, Schopenhauer ha fatto del velo di Maya un cardine della sua filosofia ed ha anche assorbito la sottostante visione della vita, fatta di dolore, ma non ne ha recepito l’aspetto più profondo che è quello della necessità del velo proprio per coprire questa realtà frustrante e consentire così la vita, come è invece nella tradizione indiana. Il velo di Maya, che ci separa dal deserto del reale, è, nella visione indiana, indispensabile perché senza di esso saremmo esposti all'orrore del reale e non potremmo vivere, la sua stesura fu dunque un atto di pietà da parte di Maya. Per questo motivo, secondo la straordinaria saggezza indiana, il velo di Maya non può essere perforato; se sembra squarciarsi in un punto si riforma in un altro ed agisce comunque sempre, anche se non ce ne accorgiamo. Schopenhauer, per sfuggire al tormento della realtà, predica l’ascesi, quindi la frustrazione degli impulsi, il cui effetto, predicato anche nel buddismo, dovrebbe condurre al Nirvana, vale a dire alla liberazione delle costrizioni degli impulsi. La proposta più saggia è quella antica che scaturisce dai Veda, di lasciar vivere i nostri impulsi e soprattutto di non contraddire le nostre illusioni, la nostra difesa paranoica dalla disperazione, accettandola anzi come il dono prezioso della Dea. Certamente, ciò comporta l’assunzione di una certa quantità di dolore, ogni volta che l’illusione si scontra con la realtà, e per chi ha avuto in sorte un destino ingrato, il saldo del conto può essere negativo, ma per la maggioranza degli uomini vivere con l’illusione è certamente meglio che vivere senza di essa.
Mi sono imbattuto sul concetto del Velo di Maya per un motivo decisamente prosaico, e cioè perché mi è capitato fra le mani un vecchio disco dei Cynic: Focus, del 2002 (vedi foto copertina) che tra le varie tracce contiene un brano intitolato per l'appunto Veil of Maya.
sabato 7 giugno 2008
F. W. Nietzsche - Umano, troppo umano [1879]

Il tema principale di questa raccolta di aforismi è lo spirito libero. Libero è lo spirito quando pensa diversamente da quello che, secondo il suo sviluppo storico, l'ambiente, le opinioni dominanti del tempo, dovrebbe pensare. Egli è l'eccezione e non importa se gli spiriti schiavi lo rimprovereranno. Il concetto di libertà spirituale è però negativo: non è proprio degli spiriti liberi avere idee giuste, quanto piuttosto l'essersi sbarazzati di una tradizione; essi vogliono delle ragioni, mentre gli altri si accontenteranno della fede. Per quanto la prima edizione dell'opera sia dedicata a Voltaire, lo spirito che la anima è lontano dall'illuminismo: questo ha fiducia nella ragione, per Nietzsche invece tale fiducia è un mito sorto dalle esigenze di determinate situazioni storiche e di determinate necessità pratiche. La morale e la religione devono essere superate, poiché solo elevandosi sopra di esse è possibile comprenderle. L'arte è una finzione ipocrita e menzognera, da commedianti, la musica un veleno dello spirito. Storia, morale, religione, arte però devono essere sperimentate perché la vita diventi strumento del conoscere e sia possibile raggiungere la saggezza. Il Genio è un mistificatore, è il grande commediante che presenta l'apparenza sotto veste di realtà. Quest'ultima affermazione offese Wagner, che rispose con parole amare sulle «Bayreuther Blatter». Ma Wagner, che aveva ormai scritto il Parsifal, aveva assunto una posizione religiosa e mistica agli antipodi di quella nietzschiana.
Lo spirito libero non può trovarsi sulla terra che nella condizione di un viandante in perenne errare, non per raggiungere una meta, poiché questa non esiste, ma per tenere gli occhi bene aperti su tutto quello che gli si presenta nel mondo, e non può lasciare quindi che il suo cuore si leghi troppo salda mente a una cosa sola. Lo spirito libero sottopone ad una analisi i sentimenti morali e religiosi e spiega gli uni e gli altri senza bisogno di ricorrere alla cosa miracolosa degna di una omerica risata. Con questa impostazione Nietzsche abbandona definitivamente Schopenhauer. L'analisi dei sentimenti morali va attuata mediante l'osservazione di ciò che è umano e non divino e va integrata alla conoscenza e sfata pregiudizi secolari. Soprattutto sfata il pregiudizio sulla libertà e quelli della colpa e della responsabilità da esso derivati. La conoscenza della storia di un delitto, delle sue motivazioni psicologiche e sociali, dimostra che il suo artefice il più delle volte è stato costretto ad agire come ha agito, quindi punendolo puniremmo l'eterna necessità. L'analisi storica dei sentimenti religiosi è altrettanto dissacrante di quella sulle altre idee tradizionali: la religione è una abitudine barbara che mira ad avvilire l'uomo.
Nietzsche applica la sua prospettiva critica anche alla vita sociale: donna, matrimonio, moda, ecc. e alla nuova cultura. Dall'indagine sull'origine antropologico-psicologica e giuridico-politica dei comportamenti morali che troviamo in questi volumi, se ne ricava che la morale contribuisce, costringendo l'uomo a vergognarsi dei suoi istinti e a ricacciarli nel profondo, allo sviluppo di una civiltà fondata sul conflitto intrapersonale ed interpersonale e sulla menzogna personale e collettiva, e perciò di una società malata alle radici.
Lo spirito libero non può trovarsi sulla terra che nella condizione di un viandante in perenne errare, non per raggiungere una meta, poiché questa non esiste, ma per tenere gli occhi bene aperti su tutto quello che gli si presenta nel mondo, e non può lasciare quindi che il suo cuore si leghi troppo salda mente a una cosa sola. Lo spirito libero sottopone ad una analisi i sentimenti morali e religiosi e spiega gli uni e gli altri senza bisogno di ricorrere alla cosa miracolosa degna di una omerica risata. Con questa impostazione Nietzsche abbandona definitivamente Schopenhauer. L'analisi dei sentimenti morali va attuata mediante l'osservazione di ciò che è umano e non divino e va integrata alla conoscenza e sfata pregiudizi secolari. Soprattutto sfata il pregiudizio sulla libertà e quelli della colpa e della responsabilità da esso derivati. La conoscenza della storia di un delitto, delle sue motivazioni psicologiche e sociali, dimostra che il suo artefice il più delle volte è stato costretto ad agire come ha agito, quindi punendolo puniremmo l'eterna necessità. L'analisi storica dei sentimenti religiosi è altrettanto dissacrante di quella sulle altre idee tradizionali: la religione è una abitudine barbara che mira ad avvilire l'uomo.
Nietzsche applica la sua prospettiva critica anche alla vita sociale: donna, matrimonio, moda, ecc. e alla nuova cultura. Dall'indagine sull'origine antropologico-psicologica e giuridico-politica dei comportamenti morali che troviamo in questi volumi, se ne ricava che la morale contribuisce, costringendo l'uomo a vergognarsi dei suoi istinti e a ricacciarli nel profondo, allo sviluppo di una civiltà fondata sul conflitto intrapersonale ed interpersonale e sulla menzogna personale e collettiva, e perciò di una società malata alle radici.
Umano, troppo umano: 1 (Piccola biblioteca Adelphi)
sabato 17 maggio 2008
F. W. Nietzsche - Genealogia della morale [1887]

Opera filosofica scritta e pubblicata nel 1887. Scritta con l'intenzione di accentuare la portata di "Di là dal bene e dal male" è composta di tre saggi, intitolati: "Buono e malvagio, buono e cattivo", "Colpa, cattiva coscienza e simili", "Che cosa significano gli Ideali Ascetici?". Nel primo N. tratta dell'essenza e dell'origine del Cristianesimo; nel secondo la coscienza è riconosciuta non come la voce di Dio nell'uomo, ma come l'istinto della crudeltà che si ripiega su se stesso dopo che non ha potuto sfogarsi esteriormente. Nel terzo N. trova la spiegazione della potenza, da lui considerata negativamente, dell'ideale ascetico-religioso nel fatto che questa forma di disciplina era l'unica, "fino a Zarathustra", che fosse proposta agli uomini.
Genealogia della morale. Uno scritto polemico (Piccola biblioteca Adelphi)
giovedì 15 maggio 2008
Cicerone - Il piacere

Cos'è il piacere? Nel dialogo De finibus bonorum et malorum, Cicerone risponde mettendo a confronto il pensiero dei più grandi filosofi dell'antichità. La conclusione è che il piacere coincide con la felicità, e questa a sua volta è figlia della virtù, vero tesoro per l'anima, e della sua pratica nella vita quotidiana. Così, grazie all'eterna sete umana di piacere, il bene individuale finisce per coincidere con quello di tutta la società.
Il piacere (Parole per sempre)
sabato 19 aprile 2008
Seneca - L'arte di non adirarsi [De Ira]

Nessuna passione ha tante sfaccettature e manifestazioni come l’ira: accanto all’ ira cattiva, ingiusta, rozza, burbera, becera ci sono l’ira buona, giusta, saggia, santa, raffinata e persino l’ira di Dio (o "iradiddio"). In ogni caso, bisogna riuscire a eliminare ogni eccesso, perché in tutto l’uomo deve tendere all’equilibrio e all’armonia, dice Seneca in questo dialogo composto intorno al 40. Dietro Novato, il dedicatario del dialogo, si nasconde egli stesso, in un amletico ondeggiare tra due poli, in bilico tra un’esigenza razionalistica ed una mistica, fra il controllo e l’affermazione delle passioni. Non avere vizi non è un merito: è un merito saperli dominare, e impedire loro di offuscare la serenità del nostro giudizio.
L'arte di non adirarsi. Testo latino a fronte. Ediz. integrale (Grandi tascabili economici)
martedì 25 marzo 2008
Arthur Schopenhauer - Sul mestiere dello scrittore e sullo stile

Schopenhauer si sentì sempre scrittore non meno che pensatore. Fu uno degli ultimi filosofi che sapessero scrivere in latino, e la sua educazione letteraria era avvenuta sotto l'invisibile tutela dei grandi romantici (nonché di Goethe), che frequentavano il salotto della madre. Soprattutto Schopenhauer ebbe sempre una formidabile vena polemica, che gli faceva scegliere i suoi bersagli non solo nella metafisica ma nella vita corrente. Che la pratica della lingua o il modo di dar forma ai libri si corrompessero e degradassero era per lui un segnale che coinvolgeva il tutto (e così sarà, più tardi, in Karl Kraus). Quei vizi da allora non hanno fatto che dilatarsi, fino ad apparire a molti come la normalità stessa. Salutare controveleno rimane dunque, oggi più che mai, la lettura dei tre trattatelli qui raccolti, che si presentano come una sequenza, insieme garbata e tagliente, di raccomandazioni e suggerimenti per curare le malattie croniche di scrittori, letterati, giornalisti - sovrana applicazione di un solo e irrefragrabile principio: "per colui per il quale nulla è cattivo, nulla parimenti è buono".
Sul mestiere dello scrittore e sullo stile (Piccola biblioteca Adelphi)
domenica 9 marzo 2008
Arthur Schopenhauer - Il primato della volontà

Che cos'è la volontà? Da dove scaturisce la misteriosa forza con cui essa salda in noi mente e corpo determinando il nostro agire? Su questo eterno problema della filosofia si è sempre tornati, e sempre, fatalmente, si tornerà. Con un passaggio obbligato, un punto di riferimento ineludibile: Schopenhauer, il quale ha fatto della volontà la chiave di volta del proprio edificio speculativo, imperniando intorno a essa tutti i motivi della sua filosofia. Negli anni tra il 1826 e il 1840, impegnato nel ripensamento e nello sviluppo del Mondo come volontà e rappresentazione, il filosofo elabora, cataloga e raccoglie centosei Argomenti a favore del primato della volontà sull'intelletto, prezioso repertorio di considerazioni antropologiche, psicologiche e fisiologiche. L'intento è quello di suffragare la sua tesi capitale: "La volontà è la cosa in sé, il solo ens realissimum et primarium, il solo elemento metafisico", mentre l'intelletto "è mera apparenza, la sua esistenza è secondaria e derivata". Il primato della volontà viene così presentato da Schopenhauer come il "dogma fondamentale" della sua filosofia, ma al tempo stesso come "la più importante di tutte le verità", risultato di una scoperta basilare. Egli rivendica il merito di essere "il primo" ad attribuire alla volontà - quindi alla cieca pulsione vitale, all'inconscio, alle passioni, al carattere - la legittima preminenza in seno alla soggettività, mentre "tutti, tutti, tutti, per saecula saeculorum, hanno insegnato il contrario". E questa scoperta epocale, che apre la via alle scoperte maggiori della antropologia e della psicologia, sarà destinata ad avere ripercussioni immense, annoverando fra i suoi debitori Wagner, Nietzsche e Freud.
Il primato della volontà (Piccola biblioteca Adelphi)
sabato 2 febbraio 2008
Arthur Schopenhauer - L'arte di invecchiare

Tra le carte di Schopenhauer si trova un fascio di fogli fittamente annotati, sul primo dei quali si legge: "Questo libro si intitola «Senilia». Iniziato a Francoforte sul Meno nell'aprile del 1852". Fino alla morte Schopenhauer continuò a registrarvi, giorno dopo giorno, ciò che più gli premeva: citazioni, ricordi, riflessioni, appunti di lavoro, massime e norme di comportamento. E in tali fogli è possibile cogliere quella sapienza quotidiana che rende sopportabile e perfino piacevole la vecchiaia, compensando l'insopprimibile sensazione che "il Nilo stia ormai arrivando al Cairo." E' un contrappunto meditativo e rinvigorente al tramonto della vita: quell'arte di bene invecchiare che la filosofia da sempre ha tentato di offrire.
L'arte di invecchiare ovvero Senilia (Piccola biblioteca Adelphi)
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