sabato 25 luglio 2009

Platone - Repubblica


Dopo aver assistito al logorarsi delle forme di governo dell’Atene degli ultimi anni, la democrazia e l’oligarchia, verso il 390, nove anni dopo la morte di Socrate, Platone pose mano alla Politeía, forse la massima opera del filosofo delle Idee. Si noti, tra l’altro, che la traduzione tradizionale del titolo non è del tutto legittima, giacché sarebbe meglio rendere il termine greco con “costituzione”, “forma di governo”. L’oggetto del dialogo, cui prendono parte Socrate, Glaucone, Polemarco, Adimanto, Cefalo e Trasimaco, è la perfetta comunità politica e sociale. L’assunto fondamentale della disamina platonica è la necessità che a governare siano i filosofi, o, che è lo stesso, che i governanti siano filosofi. Governare, precisa Platone, non è, ovviamente, facile: si tratta di comprendere il bene collettivo e tradurlo in leggi e atti politici opportuni. Inoltre, non si spiega, argomenta Platone, come scienze e discipline meno complesse, come la medicina, siano praticate da pochi, mentre la politica è così spesso affidata alla massa amorfa o a pochi incompetenti. È chiaro, dunque, che né la democrazia, né l’oligarchia (tanto meno la tirannide) possono essere riguardate come modello politico in grado di garantire la giustizia. È proprio la giustizia, opposta da Platone al diritto del più forte sostenuto dai sofisti, la condizione fondamentale della nascita e della vita dello stato. Su queste basi, Platone descrive il suo modello ideale di stato. La comunità dovrà essere divisa in tre classi: governanti (caratterizzati dalla saggezza), guerrieri (cui peculiarità è il coraggio) e cittadini-lavoratori (dotati di temperanza). Sarà unito e giusto lo stato nel quale ogni individuo attenda al cómpito che gli è deputato e abbia quel che gli spetta, in proporzione. I cómpiti in una comunità sono tanti: l’importante è che ognuno scelga il più adatto alla propria costituzione caratteriale e vi si dedichi. L’appartenenza ad una o ad un’altra classe è dettata, nello stato platonico, da fatti antropologico-psicologici, cioè dalla prevalenza nella psyché del singolo della parte razionale (governanti), concupiscibile (lavoratori) o irascibile (guerrieri), ovvero dalle qualità individuali. Ecco perché in Platone non si può parlare di caste, ma si deve parlare di classi: una certa mobilità sociale è ammessa. Nel caso che il figlio di un governante non somigli al padre, sarà retrocesso in un’altra classe. È evidente, però, come quest’evento sarà piuttosto raro. Uno degli aspetti più propri dello stato ideale delineato da Platone è l’eliminazione della proprietà privata, in seno, però, solo alla classe superiore dei governanti-filosofi. I governanti avranno in comune anche le donne, completamente eguagliate agli uomini; unioni matrimoniali saranno temporanee e i bimbi saranno tolti ai loro genitori sin dalla nascita «e così saranno di tutti anche i figli». L’essenza del “comunismo” platonico risiede in definitiva nella tesi economica dell’eliminazione della proprietà privata e nella tesi sessuale dell’eliminazione della famiglia e della parificazione uomo-donna. Tutto ciò finalizzato alla più completa dedizione al bene comune e statale. Due domande si presentano ora improrogabili: “I guardiani sono felici?” e “Chi custodirà i custodi?”. Alla prima Platone risponde che la felicità risiede nella giustizia, ovvero nell’assolvere completamente alle proprie mansioni, in vista dell’armonia complessiva dello stato. Alla seconda il filosofo risponde che, in virtù della loro formazione, i custodi saranno già in grado di custodire se stessi.
Alberto Dainese

Repubblica. Testo greco a fronte. Ediz. integrale (Grandi tascabili economici)

1 commento:

Anonimo ha detto...

La Repubblica di Platone è un testo sempre interessante, soprattutto per la questione dell'intellettuale e il potere. Leggerlo in raffronto alle posizioni al riguardo, del pensiero politico della modernità e del XX secolo ( penso a Weber o allo stesso Popper critico di Platone)appre molti spunti di ricerca e riflessione. Saluti da Cisky

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