domenica 13 settembre 2009

Bruno Prota

L’Io artistico di Bruno Prota non si inserisce in una corrente pittorica predeterminata ma si esprime con una identità propria ed originale avvicinandosi da una parte a quella che possiamo definire pittura realistica, in quanto sono narrate squarci di realtà quotidiana, e dall’altra alla pittura socializzante intesa come narrazione simultanea di soggetti, fenomeni, fatti, azioni ed avvenimenti che verosimilmente accadono nel medesimo istante: nasce così una rappresentazione corale ed al contempo fantasiosa, da cui emerge ogni singola voce. E’ chiaro che il protagonista principale di questa plausibile coralità non può che essere l’Uomo: egli popola numeroso tutti gli spazi della scena, dando vita a una sorta di variopinto e caotico carnevale, nel quale appare nei momenti più comuni, più colloquiali, più conviviali, e talvolta anche banali, che vive o compie. Ma questo archetipo di uomo, proprio perché attore principale di una rappresentazione non più reale, si trasforma anch’egli in un metafisico manichino costituito da forme e volumi geometrici generati dal riverbero delle masse di pigmenti cangianti ed accesi, atteggiandosi in pose rigide e contratte e indossando colorate maschere. Egli perciò si trasforma in un attore di un sovraffollato teatro pirandelliano il quale riversa sul dipinto una consistente velatura d’ironia e caricaturalità. Anche il paesaggio, sia esso interno o esterno, contribuisce ad accentuare questo immaginifico racconto delle molteplici vicissitudini umane: esso da un lato viene dipinto come le partiture degli affreschi medievali, in cui coesistono molteplici scene, anche di diversi momenti temporali, all’interno dello stesso tema rappresentato; dall’altro il contesto ambientale perde la sua peculiarità pittorica e valenziale per divenire quinta teatrale sulla quale compaiono solo pochi e semplici simboli della contemporaneità odierna, come cartelli stradali o insegne, ma sufficienti a creare una minuta e funzionale cornice spazio-temporale. L’istanza socializzante è dunque una tematica importante per l’opera di Bruno Prota, ma non è la sola: proprio per non rimanere limitata al solo dato descrittivo, fine a se stesso, essa viene accompagnata dall’esigenza di stabilire una comunicazione tra l’uomo che guarda il dipinto ed il soggetto raffigurato. Per dare vita a tale operazione, l’artista si avvale di tre diverse modalità. La prima è l’uso di una metodologia narratologica che struttura il quadro come una sorta di romanzo costruito non sulla scrittura, ma sull’immagine: lo spettatore partendo dal titolo, che diviene perciò fondamentale, prosegue con l’osservazione e la comprensione della vicenda principale e delle sue digressioni, per giungere infine alle proprie riflessioni. La seconda si incentra sui continui rimandi, soggettuali o pittorici, alla storia dell’arte, inseriti dall’artista nei suoi quadri: si spazia dalle avanguardie, come il costruttivismo russo, alla pittura italiana del Novecento, all’opera di M. Chagall, tutti fattori determinanti per valorizzare maggiormente l’impianto contenutistico. La terza modalità è il tentativo dell’artista di coinvolgere visivamente lo spettatore e farlo diventare, senza che questi se ne accorga, parte integrante della recita, usando svariati artifici tecnici quali ad esempio l’impiego di tele dalle grandi dimensioni, lo scambio di sguardi tra il fruitore ed i manichini, molti dei quali guardano direttamente chi li osserva dal mondo reale, ed il rialzamento delle prospettive del palcoscenico su cui essi interpretano la loro storia, aggettandoli verso lo spettatore. E’chiaro che l’opera di Bruno Prota è molto complessa e articolata: egli non si limita solamente a dipingere per il solo gusto di farlo o per un riduttivo dato descrittivo, ma, inserendo nei suoi dipinti una quantità così elevata di elementi sensibili, vuole sollecitare l’intelletto di chi osserva, attraverso la fantasia e la curiosità. Una sorta di volontà educativa dunque, espletata attraverso l’esercizio dell’arte e basata sulla crescita morale e conoscitiva in cui nessuno è maestro e tutti imparano.

Siro Perin

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