venerdì 10 ottobre 2008

John E. Steinbeck - Furore [1939]


In questi giorni ho sentito spesso rievocare lo spettro della Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti negli anni '30 e fare continui riferimenti alla nefasta crisi finanziaria che investì tutto il globo. Ho sentito quindi il desiderio di rileggermi un capolavoro di quegli anni ad opera di J. Steinbeck che dipinge in modo estremamente realistico i drammi vissuti in quel periodo. Questo romanzo, considerato la punta di diamante del realismo americano, narra l'odissea della famiglia Joad, una famiglia di contadini costretta dalla miseria e dalla fame a lasciare l'Oklahoma per raggiungere la lontanissima California alla ricerca angosciosa di un lavoro e di un posto dove vivere, è una vera propria esplorazione dell'inferno: l'inferno sociale e morale di un'America stremata, in cui pochissimi profittatori accumulavano sporche fortune grazie allo sfruttamento inumano e violento di masse sempre più grandi di agricoltori e mezzadri ridotti sul lastrico; e in cui ogni tentativo di ribellione veniva soffocato nel sangue da un potere che la malavita andava velocemente e massicciamente sottraendo agli organi istituzionali. La sconfitta dei Joad e di Tom, il figlio più consapevole e coraggioso, è una sconfitta sena riscatto, che tuttavia lascia intravedere, nelle forme di spontanea e irriflessiva solidarietà capaci di svilupparsi tra le vittime, la traccia ancorché labile di una speranza: esigua, certo, e rischiosa, e persino patetica; ma comunque ferma a testimoniare, pur dentro l'inferno, una ineliminabile possibilità di bene. La scena finale di questo romanzo è una di quelle che più, in assoluto, mi hanno colpito.

Furore

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