sabato 6 ottobre 2007

Friedrich Wilhelm Nietzsche


1. Introduzione al prensiero di Nietzsche

Nietzsche è stato e sarà una delle figure più controverse della filosofia: il suo pensiero è stato sovente utilizzato per giustificare le violenze del nazi-fascismo (i suoi libri furono oggetto di scambio di doni tra Mussolini e Hitler), la sua ostilità al cristianesimo e ad ogni forma di dogmatismo strutturato produssero uno strappo senza precedenti nella cultura occidentale, la sua prosa poco accademica e fortemente simbolica, quasi apocalittica, lo hanno reso una sorta di distruttore spietato e viscerale di ogni forma di verità acquisita.
Nietzsche stesso era consapevole della sua forza dirompente, anzi, essere dirompente era lo scopo principale del suo pensiero, una dirompenza necessaria ad accettare la fine del cristianesimo e di qualsiasi altra struttura consolatoria in nome di una piena accettazione della vita per ciò che è: luogo misterioso e caotico, popolato da energie primordiali irriducibili. Nietzsche ebbe a dire infatti: "Io conosco la mia sorte, si legherà al mio nome il ricordo di una crisi, come non c'è ne fu un'altra sulla Terra [...] Io non sono un uomo, sono dinamite, io contraddico come mai è stato contraddetto."
Bisogna premettere che quello di Nietzsche è un modo di filosofare fortemente lirico, Nietzsche stesso utilizza abbondantemente il pensiero poetante, la sua prosa vuole essere essa stessa arte, disquisizione profonda e raffinata, letteraria, sopra ogni aspetto dell'uomo e del suo spirito, nonché finissima indagine psicologica attorno ai reali motivi delle azioni umane.
"Nietzsche è un lirico. E' l'esempio più tipico del lirico. E' l'uomo più liricamente completo che io conosca. Nonché la sua opera, la sua vita stessa è un fatto lirico. Il suo filologismo, il suo filosofismo, la sua filosofia del martello, la sua volontà di potenza, il suo politicismo, le sue idee sugli stati, sulla guerra sono altrettante forme di lirismo; e se non dico che la sua stessa poetica è una forma di lirismo, è perché non sarei seguito per vie così sottili. Ergo la filologia, la filosofia, la politica di Nietzsche vanno considerate more lyrici, sciolte da qualunque idea di fine, prese come un gioco. Perché Nietzsche è lirico." (Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia).

2. "Il rimedio è peggiore del male"

"L'atteggiamento tradizionale dell'uomo moderno consiste, per Nietzsche, nel predisporre un rimedio e una difesa contro la minaccia e il terrore del divenire. E il sentimento di sicurezza è l'elemento decisivo dell'allestimento di tale riparo e difesa." (Emanuele Severino, La filosofia contemporanea).
Una frase di Nietzsche racchiude il nocciolo del suo pensiero: "Il rimedio è stato peggiore del male". Cosa significa? In sostanza Nietzsche considera tutto il complesso della filosofia occidentale come un tentativo di trovare il rimedio alle paure degli uomini, alla paura della morte, del nulla, del caos, dell'ignoto. Tuttavia Nietzsche nota come ogni tentativo di rimediare a questa paura fonda un mondo di realtà eterne e immutabili assolutamente fittizio (ogni metafisica è per Nietzsche un tentativo di rendere concreto il nulla). Le realtà metafisiche non corrispondono ad alcuna verità, il mondo vero è per Nietzsche questo mondo, il mondo che abbiamo davanti, il mondo entro il quale si manifesta il vigore vitale, unica vera e possibile fonte di benessere. Per contro ogni tentativo di fondare un rimedio contro la paura dell'ignoto finisce per limitare e infiacchire il vigore vitale nell'uomo: ogni tentativo di rimedio è quindi peggiore del male, poiché per combattere la paura dell'ignoto (il male) finisce per allontanare l'uomo dalla vita.
La vita è per Nietzsche un originario e ignoto movimento di impulsi, in cui si alternano nel caos più totale momenti sublimi a momenti terribili. Ma questo caos, al quale si tenta di dare un ordine per rendere gli eventi più prevedibili e quindi consolatori, è la fonte stessa della vita e del benessere, per cui se da un lato l'uomo tenta di ingabbiare questo caos entro leggi prevedibili, dall'altro Nietzsche avverte come questo progetto finisce per allontanare l'uomo dalla fonte della vita e irrigidirlo entro un razionalismo che uccide l'istinto e la passione.
Nietzsche critica quindi tutta la tradizione filosofica occidentale: ciò che la filosofia occidentale vuole negare a partire da Socrate è sostanzialmente il caos, e così facendo va contro la vita stessa: se la ragione pretende di trovare un ordine nel caos (e renderlo consolatorio), dall'altro questo ordine finisce per andare contro quell'istintualità primordiale che è la fonte di ogni impulso vitale.
"Diffido di tutti i sistematici e li evito. La volontà di sistema è una mancanza di onestà." (Crepuscolo degli idoli). La realtà è “a-sistematica”, la realtà è quel luogo entro il quale forze ignote continuamente e caoticamente si scontrano, nessuna forma di sistematicità (e qui si fa riferimento al sistema razionale) è verità, ma solamente menzogna che nasconde e ingabbia l'originario tumulto degli istinti.
Il tema centrale della filosofia di Nietzsche: l'autentico e originario movimento della vita è il divenire, il divenire non è menzogna, tutto il resto lo è. Il divenire, la vita stessa, si manifesta nella fisiologia umana, liberare la fisiologia dagli ostacoli che impediscono all'impulso vitale di fluire pieno e impetuoso nell'uomo è il compito supremo della nuova umanità. Con il divenire viene accettato in toto ogni aspetto della vita: il tragico e il lieto, la vita e la morte, la produzione e l'annientamento.

3. Superuomo, spirito dionisiaco e decadenza

Detto questo, vi è una forma nuova di uomo che si deve auspicare e alla quale si deve giungere, Nietzsche lo chiama ubermensch (tradotto con "superuomo", o con "oltre-uomo", secondo la traduzione di Vattimo). Di fronte alla scoperta che tutti i rimedi metafisici, ideologici e morali posti in essere per difendersi dall'imprevisto e dal timore dell'ignoto sono menzogne consolatorie, l'uomo si trova di fronte per la prima volta alla realtà di un mondo che è puro caos e puro divenire: il superuomo accetta questa evidenza.
Dunque il superuomo ha la forza di accettare l'ignoto e l'imprevedibilità senza ricorrere all'apporto dei rimedi consolatori, il superuomo "guarda in faccia" il proprio destino, ama il proprio destino, lo desidera ("amor fati", amore per il destino). Il mondo "nudo" e spogliato delle millenarie menzogne della morale e della metafisica si presenta come un flusso di forze e di energie caotiche, il superuomo vive sapendo di essere in balia di queste forze e tenta di volgerle a suo favore.
L'uomo greco presocratico non era stato ancora corrotto dall'idea socratica che il bene va raggiunto per mezzo della ragione: questa idea apollinea, questo artificio della morale (il bene come disciplina dello spirito) intende raggiungere la felicità per mezzo della virtù. A questo punto Nietzsche nota come la virtù non sia il mezzo per raggiungere la felicità, quanto invece è vero il contrario: è uno stato esistenziale e fisiologico felice che produce l'idea della virtù. La felicità non è dunque un fine, ma è l'inizio di ogni filosofia e ogni considerazione veramente positiva. Per Nietzsche non esiste dunque la felicità posta come una meta, bensì e il caotico fluire dell'esistenza che produce del tutto autonomamente quel vigore di forze che portano a uno stato esistenziale e fisiologico felice. La felicità giunge autonomamente secondo modalità casuali, è dunque compito dell'uomo agevolare queste tendenze vitalistiche ponendo un pensiero che si addica al loro vigore.
Nietzsche afferma che lo spirito presocratico era in sostanza lo spirito dionisiaco. Dioniso era il dio greco che i romani chiamavano Bacco. Dioniso incarna la festa, il baccanale, il caos, l'istintualità primordiale, la sensualità (si veda Dioniso e i riti dionisiaci). Dunque la Grecia presocratica, la Grecia delle "Tragedie", ovvero di quella forma d'arte in cui l'uomo ha il coraggio di affrontare la vita per ciò che è, è per Nietzsche il luogo dello spirito vitale ancora non corrotto dal razionalismo socratico (si veda per la critica a Socrate la Guida alla lettura del "Crepuscolo degli idoli"). Per contro il razionalismo socratico (e il razionalismo di tutta la filosofia che fonda le sue argomentazioni sull'uso della ragione) è invece tendenzialmente rispondente allo spirito apollineo, ovvero quel valore che si rifà alle qualità proprie del dio Apollo, dio dell'armonia e dell'equilibrio tra le forme. Lo spirito apollineo cristallizza quindi l'istinto entro una legge di armonia, che intende il mondo come costruzione ordinata, negandone il lato caotico e imprevedibile.
Nietzsche pone dunque come valore veramente originario e autentico il flusso caotico e istintuale degli eventi, questo valore costituisce il culmine del possibile percorso umano. Il popolo che più si attiene ad una vita istintuale e vitale è il popolo che meno attirerà su di sé i sintomi della decadenza (décadence). Per Nietzsche è decadenza la civiltà democratica stessa (e il sistema morale del quale è espressione), ovvero è decadenza tutto ciò che intende limitare e sminuire l'apporto dell'istinto e limitare la forza vitale racchiudendola di fatto entro dei limiti.

4. La morale è il dominio dei deboli sui forti

Nietzsche è un grande avversario della morale, ovvero di quell' insieme di comportamenti e obblighi che si vogliono imporre agli uomini fondandoli su pretese verità religiose, metafisiche e ideologiche. Come si è visto, per Nietzsche la realtà originaria ed evidente è il fluire caotico e incontrollato delle energie vitali, ragion per cui ogni forma di morale rappresenta una costrizione di questo flusso. Se il mondo è quindi puro divenire (ovvero movimento e mutamento caotico incessante), allora la morale rappresenta un tentativo illegittimo di negare questo divenire in nome di concetti che si vogliono assumere come eterni. Da dove proviene allora questa tendenza a moralizzare i popoli e le società e di vincolare il concetto del bene e del male a una legislazione divina ultramondana o a ideologie politiche?
Per comprendere le origini delle tendenze moralizzatrici occorre comprendere che l'uomo ha paura dell'ignoto, l'uomo teme il caos. E' in ragione di questo che l'uomo tenta per mezzo della religione e della filosofia di dare un senso stabile alle cose, di trovarne una spiegazione, poiché solo ponendo una spiegazione agli eventi apparentemente inspiegabili gli uomini possono trovare quella consolazione che rende la vita più sopportabile. In realtà tutti questi tentativi di trovare una spiegazione morale o ultramondana agli eventi finisce per essere niente di più che una consolazione oltre la quale non vi è nulla. La morale è dunque un insieme di menzogne che servono per vivere meno angosciosamente. Per Nietzsche la morale è tutto l'insieme delle regole etiche, delle convinzioni religiose e politiche. Ma non solo la morale è sottoposta a critica. Menzogne sono anche la scienza, la matematica e l'arte. La scienza e la matematica pretendono di ridurre il fluire del mondo (il divenire) entro schemi concettuali rigidi e numerizzabili, in modo da avere una certa potenza sulla realtà. Ma anche questa pretesa non può che fallire, poiché l'originario flusso del divenire non è riconducibile al alcun algoritmo. L'arte, per contro, è l'insieme degli artifici che l'uomo pone in essere per rendere la vita più sopportabile attraverso la contemplazione estetica. L'arte abitua l'uomo al gusto della menzogna, poiché falsifica la realtà interpretandola esteticamente.
Detto questo, Nietzsche spiega come la morale si sia nel tempo configurata come lo strumento che gli uomini deboli utilizzano per dominare su quelli forti. L'uomo debole è l'uomo che non ha il coraggio di accettare il divenire e il mutamento caotico come legge portante della sua vita, cosicché egli finisce per farsi scudo degli stratagemmi morali che gli permettono di piegare l'esistenza al suo volere, un volere che va contro la vita e che è una forma di risentimento verso tutto ciò che è istinto e passione. L'uomo forte, per contro, è il superuomo, colui il quale dice "sì" alla vita, colui che non si fa scudo di alcun rimedio morale e consolatorio e accetta il caos in cui consiste la vita, assumendo le sue stesse caratteristiche. Dunque i deboli che hanno posto in essere il sistema morale sono storicamente riusciti a impedire che le personalità forti fossero la maggioranza. Il sistema morale ha piegato alle sue regole l'intera umanità, fondando il mondo su principi che limitano il vigore vitale in nome di un controllo delle passioni e degli istinti, un controllo funzionale alla scarsa capacità dei deboli di affrontare il destino come caos e come pura imprevedibilità.

5. La volontà di potenza

Se l'aspetto più autentico della realtà è il puro divenire, ovvero il flusso caotico e imprevedibile degli eventi, allora il mondo si costituisce come un campo di forze, dove non esiste alcuna legge razionale, morale o spirituale che possa giustificare stabilmente la preminenza di una verità rispetto alle altre. Se il mondo è un campo di forze che continuamente lottano per la supremazia, allora la preminenza di un senso delle cose rispetto all'altro si deve fondare unicamente sulla volontà di avere un certo potere sulle cose.
Il superuomo non fa altro che rendersi conto di questa evidenza, il superuomo si rende conto che la vita non è altro che uno scontro di forze, e si rende conto che la storia alle sue spalle è la storia fallimentare della volontà che pretendeva di dominare sul flusso caotico della vita. Resosi conto che la vita può cambiare significato solo rispetto alla volontà che questo significato cambi, il superuomo assume allora il valore più autentico come guida: il superuomo accetta il puro divenire in quanto scontro di forze, il superuomo vuole diventare come l'esistenza. Ecco che il superuomo, una volta identificatosi con l'autentico flusso degli impulsi in cui consiste l'esistenza, pone la sua volontà finalmente libera da ogni inganno al di sopra delle altre: il superuomo si pone al di là delle morali, delle religioni e dei razionalismi, si pone al di là del bene e del male, uniformandosi al volere degli impulsi vitali.
La morale che pretende di dividere il bene dal male non riveste più alcuna utilità, poiché il suo fondamento è stato ritenuto falso e menzognero: la vita è un flusso originario di istinti e avvenimenti senza alcuno scopo e senza alcun fine, il fine inventato dall'uomo per dare un senso alle sue azioni rientra nel discorso del rimedio contro il timore che non vi sia alcun senso stabile. Il superuomo accetta il fatto che non vi è alcun senso stabile e fonda le sue azioni sulla sola volontà di potenza, ovvero entra nel gioco di forze in cui consiste il divenire e trae vantaggio da questa condizione.

6. L'eterno ritorno

A questo punto occorre affrontare uno dei passaggi più complessi della filosofia nietzschiana. A più riprese Nietzsche afferma nei suoi scritti che il superuomo deve volere l'eterno ritorno dell'eguale. Questa affermazione è collegata al senso del tempo: l'uomo deve volere che tutti gli istanti della sua vita ritornino continuamente sui propri passi in un moto circolare perpetuo.
Nietzsche si rende conto che il senso lineare del tempo contiene un passaggio che impedisce alla volontà di potenza di avere effettivamente il dominio sull'intera realtà: il passato, così come è inteso in un concetto lineare del tempo, è immutabile, il passato non può essere modificato e sottoposto all'azione della volontà. In una concezione del tempo lineare il flusso originario e caotico dell'esistenza che Nietzsche ritiene l'aspetto fondamentale e più autentico delle cose deve sottostare alla legge del passato immutabile, oltre che alla legge della rigida scansione temporale che prevede il passaggio da il passato al presente, verso il futuro.
Dunque il tempo prevede che tutto scorra verso una direzione stabilita, ma questo contraddice la legge fondamentale del caos. Nietzsche nota quindi come il tempo non può avere una finalità, non può avere una direzione, anche il tempo deve essere periodico, ovvero ritornare sui suoi passi. In questo modo la volontà di potenza del superuomo sa che nemmeno il passato si sottrae alla possibilità del suo dominio, poiché la freccia lineare del tempo non rappresenta autenticamente il senso della realtà. L'unico senso del tempo che rappresenta al meglio il caos in cui l'esistenza consiste è il senso circolare del tempo, in cui ogni cosa perpetuamente ritorna su se stessa infinite volte, senza alcuna legge che ne determini una rigida scansione temporale.
Sul tema si legga lo Zarathustra, nel capitolo intitolato "Della redenzione" (Parte seconda). Così scrive Nietzsche, e "così parlò Zarathustra": "Volere libera: ma come si chiama ciò che getta in catene il liberatore? 'Così fu' - così si chiama il digrignar di denti della volontà e la sua mestizia più solitaria. Impotente contro ciò che è già fatto, la volontà sa male assistere allo spettacolo del passato. La volontà non riesce a volere a ritroso; non potere infrangere il tempo e la voracità del tempo, - questà è per la volontà la sua mestizia più solitaria. [...] Che il tempo non possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello; 'ciò che fu' - così si chiama il macigno che la volontà non può smuovere."
Nel capitolo Nietzsche scrive anche: "Così la volontà, invece di liberare, infligge sofferenza: e oggetto della sua vendetta, per non poter volere a ritroso, è tutto quanto sia capace di soffrire. Ma questo, soltanto questo è la vendetta stessa: l'avversione della volontà contro il tempo e il suo 'così fu'. [...] E poiché in colui che vuole è la sofferenza di non poter volere a ritroso, - così il volere stesso e la vita in tutto e per tutto dovrebbero essere – punizione! Ed ecco che sullo spirito si accumulò nube su nube: e alla fine la demenza si mise a predicare: 'Tutto perisce, perciò tutto è degno di perire' 'E la giustizia stessa consiste in quella legge del tempo, per cui il tempo non può non divorare i propri figli': così andava predicando la demenza."
Dunque il tempo lineare, la freccia del tempo che scorre dal passato verso il futuro, è un senso del tempo dato da chi volle che il tempo fosse "la grande punizione". Il tempo lineare costringe la volontà a non poter "volere a ritroso", questo genera lo spirito di vendetta verso l'immutabilità del passato, per cui il tempo si erge come giudice implacabile sopra la vita degli uomini. Detto questo si giunge all'affermazione che il volere il tempo come un eterno ritorno (un tempo in cui anche il passato ritorna nel flusso degli eventi), il volere il tempo simile alla vita, ovvero simile al caos di impulsi senza alcun ordine, è un senso che permette al tempo di non creare alcun immutabile, ma di prestarsi continuamente alla forza creativa della volontà.

7. La critica al Cristianesimo

Nietzsche vede nel cristianesimo la forma più subdola e astuta di dominio dei deboli suo forti. Il cristianesimo accetta la divisione metafisica della realtà operata da Platone e pone il fondamento della vita al di là della vita. In nome di questa arbitraria decisione di porre un Dio oltre la vita degli uomini (che per Nietzsche è l'unica forma di realtà esistente) gli spiriti deboli, che temono gli istinti e le passioni, impongono la loro legge sui forti, predicando una vita di virtù e di penitenza, di umiltà e di rinuncia.
Lo spirito del cristianesimo è dunque uno spirito di rinuncia, dove invece lo spirito che anima il superuomo è lo spirito del "sì" alla vita. La morale cristiana è un tipico esempio di morale che incarna valori che vanno contro l'esistenza: in essa si rende evidente quello scambio tra virtù e felicità, tra effetto e causa del benessere, di cui si è parlato nel paragrafo 3. Mentre per Nietzsche è un felice stato fisiologico che induce l'uomo a pensare alla virtù, il cristianesimo crede che la virtù sia il mezzo per raggiungere la felicità, ma tutto questo è menzogna, poiché è la vita che decide per l'uomo, non il contrario. Il cristianesimo ha mosso guerra alle passioni perché ritenute pericolose, mostrando all'uomo che la felicità si può raggiungere solamente attraverso il loro sradicamento. Tuttavia sradicando le passioni il cristianesimo sradica la stessa vita. Nietzsche vede nel cristianesimo una forma di "ammaestramento" degli uomini, una forma di controllo sistematico che tende ad uniformare le qualità degli uomini su principi di rinuncia e di umiltà.Lo stesso libero arbitrio è per Nietzsche una menzogna posta in essere dalla religione per rendere l'uomo responsabile del bene e del male, in modo da potere infliggere punizioni e distribuire ricompense al solo scopo di attuare un controllo a fini di normalizzazione sociale. Ma, occorre ripetere, per Nietzsche è la vita che decide per l'uomo, e non viceversa. Con il libero arbitrio “i sacerdoti posti al vertice delle antiche comunità vollero crearsi un diritto di irrogare delle pene” mentre “nessuno dà all'uomo – né Dio, né la società, né i suoi genitori e antenati, né lui stesso – le sue proprie caratteristiche”. (Crepuscolo degli idoli).
Altro tema fondamentale del pensiero di Nietzsche è la "morte di Dio". Nello Zarathustra Nietzsche annuncia la "morte di Dio" intendendo che è giunta l'epoca in cui l'uomo si avvede del fatto che dietro alla morale non esiste alcun fondamento divino che la giustifichi. Le strutture che pretendevano di dominare l'uomo in nome di principi divini non possono avere alcun peso una volta accettata l'idea che non esiste alcun mondo oltre il mondo, una volta compreso che la metafisica è solo una menzogna atta da un lato a lenire la sofferenza e il dolore prodotti dalla paura del destino mortale e dall'altra a giustificare il controllo delle classi religiose sui fedeli.

8. Genealogia della morale

Per Nietzsche, dunque, ogni atteggiamento morale è menzogna. E’ menzogna in quanto costituisce una tendenza umana acquisita e non naturale, per cui si vuole cercare “di proposito” una regola dove invece esiste solo caos. La vita, in sé, è caos, la morale interviene per porre un argine a questo caos e rendere tutto più prevedibile (l’uomo crede infatti che rendendo prevedibile un evento possa controllarlo e dominarlo).
La morale costituisce allora un fenomeno di superficie rispetto alla realtà dei nostri istinti: i nostri istinti costituiscono un fondo buio e caotico in cui sentimenti positivi lottano eternamente contrapposti a sentimenti negativi,l’uomo è infatti solcato da questo eterno conflitto tra pulsioni contrastanti. La “morale di superficie”, allora, non è altro che lo specchio di tale complessità, la morale di superficie è lo specchio di queste lotte profonde che costituiscono il carattere originario dell'esistenza.
L’uomo non è libero, è alla mercé di tali conflitti "sotterranei". La stessa idea di cogito cartesiano, di “Io” fichtiano, di soggetto come autore delle scelte e dell’attività psichica, rientra pur sempre nell’insieme delle strutture consolatorie che intendono dare un senso strutturato anche alla coscienza. La legge generale della conoscenza, secondo Nietzsche, si è caratterizzata per questa tendenza a riconoscere sostanze, che è poi un altro aspetto della tendenza ad edificare strutture consolatorie. Il realtà il mondo non è costituito di sostanze, nessuna delle filosofie consolatorie edificate dalla filosofia ha mai realmente affermato, come invece afferma Nietzsche, che al mondo non esiste altro che istinto primordiale, volontà di conservazione e di potenza, ovvero pura irrazionalità, scontro di forze.

9. Opere più significative

La Nascita della Tragedia (1872)
Umano, troppo umano (1878 – 1879)
Aurora (1881)
La gaia scienza (1882)
Così parlò Zarathustra (1883 – 1892)
Al di là del bene e del male (1886)
Genealogia della morale (1887)
Il crepuscolo degli idoli L'Anticristo (1888)
Ecce Homo (come si diventa ciò che si è) (1888).

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