giovedì 30 agosto 2007

Irvine Welsh - Colla [2001]


"Colla: sostanza dotata di forte potere adesivo ottenuta facendo bollire scarti animali".
Una sostanza che unisce, che attacca, il rimedio ultimo per unire ciò che per natura non lo è. La colla in questo ultimo romanza di Irvine Welsh è rappresentata dall'amicizia. Un valore che terrà alla fine uniti i protagonisti, dando così un lieto fine a una storia che sembrava naufragare alla deriva.
Lo stesso Welsh dice che in questo libro non esiste una vera storia, esistono dei personaggi, quattro ragazzi che impareremo a conoscere pagina dopo pagina, dai prini anni settanta ai nostri giorni. Quattro protagonisti, che a turno ci racconteranno la loro vita, in un'orgia di alcool, pasticche, sesso, musica e come sempre tanta ironia maestralmente affilata e tagliente.
Ancora una volta l'attenzione di Welsh è rivolta agli strati suburbani della popolazione, a gente spesso con un destino da delinquente impresso nel dna dal quale è invano fuggire, alle grandi lotte del proletariato per la conquista dei diritti fondamentali sul lavoro, diritti che garantiscano a tutti una dignità di vita.
Sebbene ora con ideali che da sociali sono diventati squallidamente economici, è questo il campo di battaglia nel quale combatte il nostro, dal quale proviene e dal quale grazie alla scrittura è riuscito a "fuggire". Con un finale stranamente e insperatamente positivo, che porterà al trionfo la vera colla di questo libro: l'amicizia.
Un finale dove i nostri protagonisti, ora rimasti in tre per la scomparsa prematura di uno di loro, del piu sfortunato, quello con il patrimonio genetico più marcatamente sfortunato, riescono persino ad avere successo nella vita. Un finale che è quanto mai autobiografico. Come lo stesso Irwine Welsh ha dichiarato in una intervista rilasciata in esclusiva al "Mucchio Selvaggio": "dopo l'adolescenza hai vent'anni a disposizione per ammazzarti. Se la scampi, allora bisogna che tu faccia qualcosa. Io ho iniziato a scrivere".
Un ringraziamento a Massimo Bocchiola, per la non facile traduzione del linguaggio crudo, diretto e di nuova invenzione di Welsh.

Colla (Teadue)

mercoledì 29 agosto 2007

Simple Image Processor

Aggiunto alla sezione Software del Capaso Web Site un progetto VB che realizza un semplice processore didattico di immagini bitmap:

http://www.webalice.it/capaso/SOFTWARE/IMAGE_PROCESSOR/Capaso_Image_Processor.htm

domenica 26 agosto 2007

Paper Model - NGE EVA01

Finalmente ho terminato la costruzione del modello di carta della Macchina da Combattimento Umanoide Multifunzione - Unità EVA01: mi mancava il Pallet Gun (il fucile). Tra l'altro per il 2009 è prevista l'uscita del film degli Evangelion (con gli attori umani), che coinvolge gli studi Weta, gli stessi che hanno curato gli effetti speciali del Signore degli Anelli.

Ecco alcune foto del modello finito.










sabato 25 agosto 2007

Aforisma 4


"Chi è un cinico? Un uomo che conosce il prezzo di ogni cosa ed il valore di nessuna."

venerdì 24 agosto 2007

Aforisma 3


Ci si sposa sempre quando non si sa ciò che si fa o quando non si sa più che fare.

giovedì 23 agosto 2007

Ah! Chiambretti, Chiambretti...

Aforisma 2


"Quelli che sanno fanno. Quelli che non sanno insegnano."

Pinout GPS BR-305


Riporto la piedinatura del connettore PS2 presente nel ricevitore GPS BR-305 (355): non capisco perché non l'abbiano fatta conforme allo standard PS2....

mercoledì 22 agosto 2007

Aforisma 1


"L'unico modo grazioso per accettare un insulto è ignorarlo; se non lo puoi ignorare, capirlo; se non riesci a capirlo, ridici sopra; se non riesci a riderci sopra, probabilmente è meritato."

Russel Lynes

Breve storia della Moneta

C’è pochissimo in economia che chiami in causa il sovrannaturale. Ma c’è un fenomeno che è stato per molti una tentazione in tal senso. Guardando un foglio rettangolare, spesso di mediocre qualità, che raffigura un eroe nazionale o un monumento o un’immagine classica vagamente ispirata a Pieter Paul Rubens o a Jacques-Louis David o a un mercato di verdura particolarmente ben fornito e stampato con inchiostro verde o marrone, essi si sono posti questa domanda: Perché una cosa che in sé è così priva di valore deve essere così evidentemente desiderabile?

La moneta nasce come una merce le cui caratteristiche di grande duttilità e fungibilità ne consentono l’utilizzazione prevalente per l’attività di scambio. Una moneta d’oro equivaleva a cinque pecore, due cavalli o trenta medimni di grano (a seconda della maggiore o minore scarsità di pecore, cavalli o grano) ed era pertanto agevole portare con sé grandi quantità di questi e degli altri pochi generi di beni disponibili sotto forma di oro cosa che facilitava enormemente gli scambi di merci.

In un contesto di scarsità generale delle merci l’andamento dei prezzi tendeva al rialzo in periodi di maggiore scarsità ed al ribasso in periodi di relativa abbondanza mantenendo, però, un sostanziale equilibrio nel senso che ad una determinata quantità di oro (sotto forma di moneta) corrispondeva nel lungo periodo in media una determinata quantità di beni di ciascun genere (1). La conquista delle Americhe e la grande importazione d’oro operata dalla Spagna nel periodo successivo produssero un incremento del prezzo dei beni (2) (la cui scarsità era rimasta costante) ed una sostanziale inflazione della moneta aurifera ma in sostanza la natura della moneta non ha subito mutamenti sostanziali sino all’invenzione della moneta cartacea.

Poco prima della rivoluzione francese la Banca d’Inghilterra cominciò ad emettere certificati per importi di metalli preziosi pari al valore di quelli depositati presso le sue casse. Questi certificati erano sempre convertibili nell’oro o negli altri metalli fisicamente esistenti presso i forzieri della Banca, ma la loro circolazione era più agevole e molto più sicura dell’oro stesso, sempre esposto ai rischi di eventi delittuosi. Molti altri paesi seguirono l’esempio dell’Inghilterra e nacquero così le varie monete in forma cartacea.

Naturalmente tutti rispettavano in qualche misura il principio della convertibilità finché la crisi del ’29 non mise in evidenza che la grande capacità produttiva dei paesi anglosassoni, di gran lunga superiore a quella degli altri paesi europei, generava scarsità di oro e di altri metalli preziosi e quindi scarsità di moneta. Questo squilibrio tra la quantità di oro e di relativa moneta in circolazione e la massa di beni prodotta soprattutto dagli Stati Uniti si tradusse in crisi di sovrapproduzione negli stessi Stati Uniti le cui industrie non riuscivano più a vendere i propri prodotti a causa della fisica impossibilità degli Stati di emettere moneta per l’esaurimento delle riserve di oro e di altri preziosi.

Per uscire dalla crisi gli Stati cominciarono ad emettere moneta senza corrispettivo in preziosi o altre valute nelle proprie casse allo scopo di cercare di rivitalizzare le proprie economie. Ovviamente furono anche emanate norme che vietavano la conversione della moneta in oro o altri preziosi poiché tale corrispondenza veniva sostanzialmente a mancare. Naturalmente questa stampa di banconote a vuoto generava inflazione nella misura in cui la massa monetaria diveniva maggiore dei beni in circolazione e produceva un generale rialzo dei prezzi scatenando spirali inflazionistiche che in Europa furono tenute sotto controllo solo a mezzo di una feroce repressione attuata dalle dittature che salirono al potere tra le due guerre mondiali. Allo stesso tempo i governi cominciarono ad emettere titoli di debito pubblico in misura consistente a mezzo dei quali finanziarono soprattutto la costruzione di grandi infrastrutture di pubblica utilità che consentirono un generale salto di qualità del sistema economico. L’inflazione venne controllata a mezzo di una sostanziale riduzione dei salari, mentre le eccedenze della massa monetaria che il sistema produceva vennero utilizzate, oltre che per le opere pubbliche, per l’industria delle armi nella convinzione che le conquiste territoriali avrebbero consentito la necessaria redistribuzione delle ricchezze tra i popoli.

Nel dopoguerra la politica di deficit di bilancio (così viene chiamata la stampa di moneta senza corrispettivo) ha caratterizzato la politica economica di tutti i governi del mondo al punto che le riserve aurifere sono divenute una porzione insignificante dei beni fronte della massa monetaria. Al sistema della convertibilità di tutte le monete in oro o altri preziosi venne sostituito, con gli accordi di Bretton Woods, il sistema della convertibilità delle monete nel dollaro americano che solo manteneva un rapporto con l’oro. Per evitare eccessivi squilibri tra le monete venne istituito il Fondo Monetario Internazionale alla cui creazione contribuirono essenzialmente gli Stati Uniti e l’Inghilterra ma al quale aderirono praticamente tutti gli Stati del mondo poiché solo in quel modo era possibile garantire la convertibilità della propria moneta e quindi l’accesso al mercato mondiale.

Il FMI interveniva a mezzo di prestiti a medio e lungo termine per mantenere l’equilibrio tra le monete dei vari Stati ed evitare tensioni e speculazioni eccessive sui mercati valutari. Questo sistema ha prodotto due effetti: da un lato ha indotto gli Stati a convertire le proprie riserve in dollari americani - e ciò ha consentito agli americani di stamparne in quantità incontrollata poiché il valore della banconota era sostenuto artificialmente dall’eccesso di domanda - dall’altro ha incrementato a dismisura la massa monetaria mondiale. In alcuni paesi, politicamente deboli ed economicamente in crescita, negli anni ’60, l’eccessivo incremento della massa monetaria ha prodotto violente ondate inflattive che hanno a loro volta determinato riflusso economico e tensioni sociali e politiche. A determinare queste situazioni, ovviamente, non è stato estraneo il FMI che ha gestitola propria politica di credito con criteri principalmente politici, ma complessivamente il sistema ha funzionato finché l’economia mondiale è stata in crescita, ovvero sino alla prima grande crisi petrolifera del 1972. Le restrizioni operate a seguito della crisi e la generale necessità di valuta hanno determinato allora la crisi del dollaro e la conseguente abolizione del sistema della convertibilità istituito con gli accordi di Bretton Woods.

Da allora il valore delle monete, svincolato da un qualsivoglia legame sia pure indiretto con l’oro o altri preziosi, è stato determinato solo in funzione dei rapporti politici e dei rapporti di forza sul mercato valutario. La continua crescita della massa monetaria comporta una progressiva riduzione della funzione politica di controllo delle monete. Di fatto oggi è il mercato che stabilisce il rapporto di forza tra le valute e nel mercato perdono progressivamente di peso gli interventi delle banche centrali e degli Stati poiché è aumentato in maniera rilevantissima il numero dei gruppi finanziari ed economici privati in possesso di mezzi valutari e risorse persino maggiori di quelle di molti Stati del mondo.

Come è apparso evidente nella crisi del ’92, anche un Stato industrializzato come l’Italia, pure appoggiato dai paesi aderenti allo SME, non è stato in grado di sostenere la propria moneta sottoposta alle pressioni della speculazione internazionale. La politica monetaria ha quindi assunto sempre più importanza e la determinazione del tasso di sconto è divenuto terreno di scontro tra le forze politiche.

L’indebitamento degli Stati si è innalzato a livelli impensabili e quindi il tasso di sconto è divenuto l’unico strumento per garantire il pagamento degli interessi sul debito che altrimenti costringerebbe molti Stati a dichiarare bancarotta (ovvero a consolidare il proprio debito). Il problema è però che un elevato tasso di sconto attira capitali finanziari ma allontana capitali di investimento costretti a subire un livello di fiscalizzazione troppo elevato. Nel medio periodo le politiche monetarie deprimono l’economia produttiva per la quale, in fondo, è del tutto irrilevante uno scostamento di mezzo punto in su o giù del tasso di sconto ma che vivono della circolazione del capitale monetario. E’ evidente che questo sistema è destinato a finire rapidamente. Neppure l’istituzione della moneta unica, che pure limita le possibilità di azione della speculazione finanziaria, può salvare il sistema dato che le diverse capacità produttive nelle diverse aree del paese non sono più temperate dall’ammortizzatore valutario ed oltretutto il problema del debito pubblico rimane in tutta la sua pesantezza.

Attualmente in Italia le riserve aurifere sono poco più dell’1% del totale della massa monetaria, mentre per ragioni diciamo così estetiche continua a comparire sulle banconote la dizione tipica della convertibilità (£ 1.000 pagabili a vista al portatore) nonostante ciò sia vietato per legge da circa 70 anni. L’unico vantaggio che è derivato da tale situazione è che la massa monetaria è lievitata in maniera smisurata fino a raggiungere oggi in Italia la considerevole cifra di oltre 7 milioni di miliardi di lire.

Ovviamente il divieto della convertibilità e l’emissione a vuoto (ovvero in funzione di una percentuale sul PIL di poco superiore alla inflazione corrente) di banconote ha radicalmente mutato la natura stessa della moneta. Essa è infatti divenuta misura del valore dei beni prodotti dalla collettività ed il suo valore è dato dalla convenzione giuridica universalmente accettata che glielo conferisce.

E’ evidentemente ingiusto un sistema in cui una merce non tassabile, il capitale monetario, generi enormi ricchezze senza produrre alcunché. Infatti il capitale monetario non produce ricchezza ma si appropria all’origine di ricchezza prodotta da altri nell’economia reale e sarà questa a riprendere, prima o poi la supremazia. In questo sistema i valori monetari nascondono ricchezza reale che viene sottratta a chi la produce per essere distribuita in maniera ineguale nel mercato finanziario sulla base di rapporti di forza e non di capacità produttive. Le emissioni monetarie ed i titoli del debito pubblico sono gli strumenti a mezzo dei quali viene operata questa indebita appropriazione di ricchezza.

Il sistema monetarista cesserà di esistere nel momento in cui le nuove tecnologie produrranno milioni di transazioni finanziarie connesse al mondo della produzione e quindi estranee alla logica della finanza pura. Infatti se per gestire una enorme quantità di moneta un piccolo gruppo di persone trova certamente conveniente investire in massa in operazioni di pura speculazione finanziaria, i milioni di piccoli operatori che muovono ciascuno la propria microscopica frazione di capitale, si rivolgeranno con maggiore decisione verso il mondo della produzione dal quale possono trarre concreti benefici e più alti profitti. Allora o la remunerazione del capitale di rendita diviene maggiore di quello produttivo, ma questo è evidentemente assurdo, oppure non ci sarà tasso di sconto in grado di attirare capitali finanziari a sufficienza e sarà quindi necessario il consolidamento del debito pubblico. Per evitare questa sciagurata iattura c’è solo la via della tassazione del capitale monetario e della liberazione della produzione e del consumo da ogni sorta di imposte.

Abbiamo visto che la moneta, all’atto della sua emissione si appropria, senza corrispettivo, di ricchezza generata nel mondo della produzione.

La pretesa della moderna teoria di considerare la moneta un valore creditizio è evidentemente errata poiché comporta che ad ogni emissione monetaria si genera un debito per i cittadini la cui ricchezza invece costituisce la base del valore della moneta, con l’assurda conseguenza che i cittadini la moneta la pagano due volte, la prima all’atto dell’emissione, caricandosi il relativo debito a carico dello Stato, la seconda con il lavoro necessario per produrla.

Per effetto di questa perversa e truffaldina imposizione delle banche centrali, che in questa maniera si impadroniscono di risorse prodotte dai cittadini, ogni attività produttiva è divenuta fonte di debito invece che di guadagno e l’affanno generalizzato che domina la società contemporanea è frutto di questa vera e propria truffa organizzata dalle banche centrali in danno dei cittadini.

E’ ora che i cittadini si riapproprino dei valori contenuti nella massa monetaria a mezzi di un sistema che consenta una equa redistribuzione delle ricchezze prodotte che tuteli il diritto alla vita di tutti senza limitare in alcun modo, anzi accelerando all’estremo la capacità produttiva delle nazioni.

NOTE:
(1) Già nell'antica Roma fu sperimentata una sorta di inflazione: la scarsità di oro, infatti, indusse gli imperatori a ridurne progressivamente la quantità nelle leghe che componevano le monete e questo generava aumenti di prezzi.

(2) Apparentemente per la ragione diametralmente opposta a quella che generava aumenti di prezzi nell'antichità. In realtà il problema dell'inflazione è sempre lo stesso: un eccesso di moneta rispetto alla quantità di beni in circolazione determina sotto ogni latitudine un aumento di prezzi.

Articolo sui BalUn

Nella sezione Documentazione\Antenne del Capaso Web Site è stato agiunto un breve articolo sui BalUn:

http://www.webalice.it/capaso/DOCS/ANTENNE/BALUN/BalUn.htm

martedì 21 agosto 2007

Ten - The Robe [1997]


Artista: Ten
Album: The Robe
Genere: Rock Melodico
Anno: 1997

Track List:

1. The Robe
2. Bright On The Blade
3. Standing On The Edge Of Time
4. Virtual Reality
5. Arcadia
6. Battlelines
7. You're In My Heart
8. Fly Like An Eagle
9. Ten Fathoms Deep
10. Someday

Dino Buzzati - Le notti difficili


"La ragazza innamorata soffriva tanto, che perfino il demonio se ne impietosì. Andò da lei e le promise l'amato. A una sola condizione: che mai, mai, per tutta la vita, neppure con una semplice carezza, con un semplice pensiero, lei lo tradisse; pena, la morte sua, di lui e dei figli.
Singhiozzando fu costretta a rinunciare."
Dino Buzzati - Le notti difficili

lunedì 20 agosto 2007

Saafi Brothers - Supernatural [2007]

Track List:

1. SUPERNATURAL PT. II
2. READY FOR THE RISE, (PREPARA)
3. UNDER THE SUN
4. FRANKFURT BEACH
5. TAKE IT SLOW
6. TWO WINDOWS
7. LUNATIC
8. HIGH MOON
9. SOMETHING OUTSIDE
10. UNDER THE STARS
11. SUPERNATURAL

DAB [Digital Analog Band] - The Best 1

Artist: DAB - Digital Analog Band
Album: The Best vol.1
Label: Ibiza

Track List

1. Words Inside A Cafe
2. Sao Paulo
3. Connection
4. Spirit Of Florecita
5. The Million Euro Weekend
6. The Blues
7. Interview
8. Initialized
9. Porto Alegre
10. Holidays
11. Have A Smoke

Il Nodo di Gordio (The Gordian Knot)

Il mitico fondatore della omonima città, Gordio, era un povero contadino che, mentre entrava nella città di Telmisso, in Frigia, con il suo carro trainato da buoi, vide un'aquila reale posarsi sul timone del suo carro, e fu indicato dall'oracolo come nuovo re.

Divenuto re, consacrò a Zeus il carro con il giogo, che legò al timone con un nodo inestricabile, e lo pose nel tempio del dio sull'acropoli di Gordio. Un oracolo aveva predetto che chi avesse sciolto quel nodo sarebbe divenuto signore dell'Asia. Successivamente Gordio, rimasto senza figli, adottò Mida, re dei Brigi.

Il re Mida nella leggenda ebbe rapporti con la Macedonia, dove i Giardini di Mida, nelle pianure, portavano ancora il suo nome. Alessandro voleva incoraggiare il suo mito verso una nuova direzione, che oltrepassasse quella della liberazione delle città greche e della punizione dei barbari persiani.

Il giorno prima di lasciare Gordio, salì sull'acropoli, accompagnato dai suoi amici. Il carro era legato al giogo con un nodo fatto di corteccia di corniolo; Alessandro fece diversi tentativi per scioglierlo, ma si rivelarono infruttuosi: il nodo rimaneva ostinatamente intatto.

Alessandro non poteva assolutamente fallire, soprattutto in presenza dei suoi amici. Spazientito, estrasse la spada e tagliò il nodo con un colpo secco: in questo modo la fece finita affermando che il nodo era stato sciolto e che lui sarebbe divenuto re di tutta l'Asia. Alessandro riuscì a suscitare un enorme interesse per quello che aveva appena fatto.

La notte del taglio del Nodo Gordiano ci furono lampi e tuoni, che furono interpretati come un segno dell'approvazione di Zeus per il modo con il quale Alessandro aveva risolto il problema. Egli era protetto da Zeus, e gli adulatori rimarcarono la sua azione: il racconto di come il condottiero aveva risolto il problema si diffuse rapidamente, e contribuì a far sostituire il mito della conquista a quello della liberazione.

Spesso con la locuzione "Nodo di Gordian" ci si riferisce ad un problema complesso, insolubile alle relative proprie condizioni, oltre ad essere il nome di un gruppo musicale e di un noto pachetto software nonché ispirazione per il nome di un vecchio cartone animato.

Soulstance - Life Size

Artist: Soulstance
Album: Life Size
Category: R&B, Dance
Label: Schema (Italy)
Orig Year: n/a
Discs: 1
Street Date: Mar 24, 2003
Mono/Stereo: Stereo

Track List:

1. Caribe - (studio)
2. Au Revoir La Nuit - (studio)
3. Zenith - (studio)
4. Lift Up - (studio)
5. Honestly - (studio)
6. Soul Ensemble - (studio)
7. Lost On A Wave - (studio)
8. Loves Comes Again - (studio)
9. Nucleus - (studio)
10. Angel's Eyes - (studio)
11. Life Size - (studio)
12. High Five - (studio)
13. Time - (studio)

Aggiunti contenuti sezione DOCS Capaso Web Site

Sono stati aggiunti dei contenuti nuovi alla sezione Documetazione del Capaso Web Site:
http://www.webalice.it/capaso/DOCS/doc_vari.htm

venerdì 17 agosto 2007

Van Halen - Ain'T Talkin' Bout Love [Tabl]



Guitar Tabs by: Eddie Van Halen
Tabs for song: Ain'T Talkin' 'Bout Love

#----------------------------------PLEASE NOTE----------------------------------#
# This file is the author's own work and represents their interpretation of the #
# song. You may only use this file for private study, scholarship, or research. #
#-------------------------------------------------------------------------------#

"Ain't Talkin' 'Bout Love" (Van Halen)intro:

Am.........F.....G
---------0-1-----3--------------
-----1-------1-----3------------
-------2-------0-----0----------
---2----------------------------
-0-------------------0-3b*-2-3--
--------------------------------

*pinch harmonic

Chorus:
Am (x0221x)
G (3x000x)

Verse:

Am........F....G
----------1----3----------------
------1-----1--3----------------
--------2------0----------------
---2----------------------------
-0----------------0-3--2-3------
--------------------------------

I'll try to post the solo later.....
Check y'all


Another version of this famous riff:
e---------------------------------------------------------------
B---------------------------------------------------------------
G---------------------------12(h)-------------------------------
D-----10------14-15--10-12-------12(h)--------------------------
A---7------12--------------------------10--3-(a.h.)-2--3-(a.h.)-
E-5-------------------------------------------------------------


Enjoy!

Sonda per frequenzimetro


Oggi ho realizzato questa sonda RF da applicare al mio frequenzimetro, al fine di riuscire a leggere la frequenza dell'oscillatore locale di un ricevitorino supereterodina che sto costruendo.
La difficoltà di leggere direttamente la frequenza di un oscillatore è dovuta principalmente al fatto che quando si collega il probe dello strumento al punto di prelievo del segnale nel circuito, si alterano in maniera molto pesante le condizioni di funzionamento del dispositivo e molto spesso si ottiene lo spegnimento delle oscillazioni.
Infatti, è bene tener a mente che la maggior parte dei frequenzimetri dispone di ingresso a bassa impedenza (circa 50 ohm) che va a caricare eccessivamente il circuito sotto test.
Questo schema mi è stato molto utile in quanto offre al suo ingresso una elevata impedenza, mentre l'impedenza di uscita presenta valori molto bassi in modo da permettere il collegamento allo strumento tramite coassiale a 50 o 75 ohm.
Ho costruito tutto all'intero di una scatolina di metallo stagnato e con uno spezzone di RG174 molto corto mi sono collegato direttamente al gate del fet che costutiva l'oscillatore da testare, riuscendo così leggerne agevolmente la frequenza.
I risultati sono stati molto buoni considerando anche il fatto che il mio frequenzimetro è un po' "sordo" e che quindi ha bisogno di livelli di segnale abbastanza elevati.

http://www.webalice.it/capaso/PROGETTI/SONDA_RF/SondaRF.htm

giovedì 16 agosto 2007

Mai arrendersi!


Emile Zola - Il denaro [1891]


Causa delle guerre, motore delle società, simbolo della realizzazione materiale degli individui, il denaro è il dio dell'età moderna che non poteva non trovare in Zola un attento e realistico interprete. Diciottesimo volume del grande ciclo dei Rougon-Macquart, Il denaro rappresenta il dio dei nostri tempi nella sua forma più astratta e smaterializzata: il capitale azionario. Centro del romanzo è perciò la Borsa, tempio in cui si celebrano i drammi della speculazione finanziaria nei tre atti fondamentali della speranza, della lotta e del crollo finale. Raffigurazione per tanti versi anticipatrice di fenomeni divenuti oggi familiari, Il denaro è anche un rimarchevole affresco della società francese del Secondo Impero e in parrticolare di quegli ambienti economici e finanziari che fecero la propria fortuna sotto Napoleone III.

Il denaro (Biblioteca economica Newton)

mercoledì 15 agosto 2007

Gita a Mezzomonte



La frazione di Mezzomonte del comune di Polcenigo (un tempo curiosamente detta Nuvolone) e' un paesetto di case in sasso che si appoggia, a quota 477 s.l.m., su una balza naturale della montagna e costituisce un punto privilegiato per godere di una splendida vista di tutta la pianura sottostante. La sua origine e' incerta: la tradizione lo fa risalire ad un nucleo di provenienza albanese arrivato lassu' forse con mansione di taglialegna e carbonai al servizio della Serenissima. Piu' probabilmente fu invece originato da un insediamento medioevale di popolazioni germaniche.

martedì 14 agosto 2007

Aggiunti documenti nella sezione IZ3MEQ del sito

Sono stati aggiunti dei documenti relativi alle attività radioamatoriali come il codice Q completo, il codice RST, l'alfabeto fonetico e le classi di emissione radio.

lunedì 13 agosto 2007

Saga - Trust [2006]

Artista: SAGA
Album: Trust
Anno: 2006
Genere: Rock Prog

Line-Up

- Michael Sadler (chant)
- Ian Crichton (guitare)
- Jim Crichton (basse, claviers)
- Jim Gilmour (claviers, chant)
- Brian Doerner (batterie)

Track-list

1. That’s As Far As I’ll Go
2. Back To The Shadows
3. I’m Ok
4. Time To Play
5. My Friend
6. Trust
7. It’s Your Life
8. Footsteps In The Hall
9. Ice In The Rain
10. You Were Right
11. On The Other Side

domenica 12 agosto 2007

Heavy Metal Radio

Anche su questa radio trasmettono bella musica, proprio robusta:

http://www.heavymetalradio.com/

Lounge-radio


Oggi ho provato questa nuova radio web che trasmette musica molto valida, anzi direi prorpio salottiera...

http://www.lounge-radio.com/

sabato 11 agosto 2007

Trasmettitore ATV

In questo periodo sto cercando di portare a termine la costruzione di un trasmettitore video ATV che avevo iniziato nel 2001. E' un progetto molto interessante e ben studiato, spero di riuscire a farlo funzionare bene.
Il pregio maggiore di questo tx è la sintesi a pll realizzata con il chip Philips TSA5511 che si trova ancora in qualche negozio o sicuramente all'interno di qualche tuner TV.
Il circuito incorpora inoltre l'oscillatore (questo però libero) per la generazione della sotto-portante audio modulata anch'essa in FM.
Vedremo come funziona...

Eraclito


Eraclito di Efeso
(Efeso 535 a.C. - 475 a.C.) uno fra i più importanti filosofi presocratici della Grecia. Di Eraclito di Efeso si hanno pochissime notizie riguardanti la vita, e delle sua opera filosofica sono sopravvissuti soltanto pochi frammenti. Per questo il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere, ed è stato interpretato nei modi più diversi. Eraclito, inoltre, aveva fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio, Aristotele, che si suppone abbia letto integralmente l'opera di Eraclito, lo definisce "l'oscuro".
Di famiglia aristocratica, il pensiero di Eraclito sembra risentire di tale ambiente sociale:
“Uno è per me diecimila, se è il migliore”.
Il suo pensiero filosofico è volto a tenere una posizione alternativa rispetto al naturalismo della scuola di Talete, Anassimandro e Anassimene sul tema della natura ultima della realtà. Eraclito è comunemente definito come il filosofo che sostiene che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l'identità delle cose uguali a sé stesse sia illusoria. Nella vulgata filosofica Eraclito è il pensatore del tutto scorre (panta rei) e del fuoco che sarebbe l'elemento da cui deriva ciò che ci circonda.

Il pensiero
Dell'opera di Eraclito ci rimangono frammenti sparsi, in forma di aforismi oracolari.

Gli svegli e i dormienti (Eraclito, un pensiero aristocratico)
Alla base del pensiero filosofico di Eraclito c’è la contrapposizione fra la mentalità degli uomini comuni, i dormienti appunto, e i filosofi, che rappresentano gli svegli, ossia quelle persone, che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso intriseco delle cose. Eraclito intende per filosofi tutti quelli che sanno indagare a fondo la loro anima, che, essendo illimitata, offre all’interrogando la possibilità di una ricerca altrettanto infinita. Il pensiero eracliteo è aristocratico, quindi, in quanto Eraclito definisce la maggioranza degli uomini superficiali, poiché tendono a dormire in un sonno mentale profondo che non permette loro di comprendere le leggi autentiche del mondo circostante.

Teoria del divenire (Panta rei come Essere)
Altra chiave importante per cercare di avvicinarsi il più possibile al pensiero filosofico eracliteo è senza dubbio la teoria del divenire. Tutto il mondo viene considerato come un enorme flusso perenne nel quale nessuna cosa è mai la stessa poiché tutto si trasforma ed è in una continua evoluzione. Per questi motivi, Eraclito identifica la forma dell’ Essere nel Divenire, dacché ogni cosa è soggetta al tempo e alla sua relativa trasformazione. Eraclito sostiene che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l'identità delle cose uguali a se stesse sia illusoria: per Eraclito tutto scorre (panta rei).
Per Eraclito, il divenire costituisce il principio sul quale poggia il mondo, è l' arché. Ciò che vi è di identico e non muta, nel mutare di tutte le cose, è lo stesso mutamento. Ogni cosa, infatti, si trova, ad un certo punto della sua esistenza, in una situazione per la quale essa è opposta a tutte le altre, ogni cosa è tutto quello che non è altro. Per essere qualcosa, ogni cosa ha quindi bisogno del confronto con le altre molteplici cose per ricavarne la sua specificità, la sua identità.
Il divenire, il mutamento, è nell'evidenza stessa del tempo: ogni cosa è soggetta alla temporalità, ogni aspetto del mondo muta perché e il tempo che costutuisce questo stesso mutamento: il tempo si esprime nel passaggio delle cose da uno stato all'altro, e questo passare (questo diventare altro), costituisce l'essenza stessa del cosmo (il cosmo è ciò che è perché in esso si assiste ai molteplici spettacoli del mutamento delle cose).
A proposito del divenire, Eraclito ha detto:>
"Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l'uomo né le acque del fiume sono gli stessi".
In realtà il famoso motto "panta rei" non è attestato nei frammenti di Eraclito giunti fino a noi ed è probabilmente da attribuirsi al suo discepolo Cratilo che svilupperà il pensiero del maestro, estremizzandolo. Ma la formula lessicale "panta rei" verrà coniata ed utilizzata la prima volta solo da Simplicio in Phys., 1313, 11. La teoria di Eraclito è alternativa all'ontologia di Parmenide, il filosofo dell'unità e dell'identità dell'Essere, il quale insegna ai suoi allievi che il cambiamento è un'illusione, un abbaglio, e che ogni cosa è fondamentalmente statica.

La dottrina dei contrari (polemòs)
La dottrina dell’unità dei contrari è forse l’aspetto più originale del pensiero filosofico eracliteo. La legge segreta del mondo risiede nel rapporto di interdipendenza di due concetti opposti, che, in quanto tali, lottano fra di loro ma, nello stesso tempo, non possono fare a meno l’uno dell’altro dato che vivono solo l’uno in virtù dell’altro. Quindi niente esisterebbe se allo stesso tempo non esistesse anche il suo opposto.
Infatti possiamo notare che, nel caso in cui ci trovassimo di fronte una salita e vedessimo un nostro amico al di sopra di essa, quello ci direbbe che è una discesa. Si crea così una specie di armonia fra i due contrari. Inoltre molti di essi sono soggettivi come il caldo e il freddo.
Dunque, ogni cosa è ciò che è proprio perché ha delle altre cose che ne delimitano l'essenza (ad esempio sappiamo che è giorno perché conosciamo la notte: definiamo il giorno come ciò che si oppone alla notte, se non ci fosse la notte, non potremmo sapere cosa è il giorno). Eraclito afferma che non esisterebbe luce senza buio, salute senza malattia, sazietà senza fame, ogni cosa riceve la sua definizione dal confronto con le altre. >
"Tutte le cose sono uno"

come afferma lo stesso Eraclito, ovvero ogni cosa che si contrappone alle altre ha in comune con le altre un determinato aspetto: il fatto di appartenere a una coppia di opposti, la coppia è "l'uno". Nella polemos si esprime un'armonia, una forma di giustizia universale: la contrapposizione permanente di ogni aspetto della realtà genera un equilibrio che non permette ad alcun elemento di prevaricare il senso degli altri (ciò sarebbe ingiustizia). Nessun elemento può quindi essere prevaricante sugli altri, in quanto non può essere tolto dal suo contesto di relazioni senza perdere il suo stesso significato.
In questa dualità, guerra fra i contrari (polemòs) in superficie, ma armonia in profondità, Eraclito vide quello che lui definiva il logos, la legge universale della Natura.

Il 'Logos'
La legge suprema che governa il mondo, ciò che esprime l'equilibrio tra i contrari, viene definita "logos".
A questa parola possono essere attribuiti diversi significati: discorso, ragione, intelligenza, legge, pensiero, logica, regola fondamentale del Tutto: il logos è la vera e autentica struttura del cosmo, così come si esprime in ogni sua parte. Il logos rispecchia e rende evidente la struttura di tutte quelle opposizioni tra le cose che rendono possibile il divenire e la vita stessa dell'universo, il logos è la stessa struttura, la legge che esprime la totalità delle relazioni. Tutte le cose del cosmo, come abbiamo visto, sono accomunate dall'opposizione, dalla relazioni necessarie che si instaurano tra di loro, il logos rappresenta l'insieme stabile di queste relazioni, la loro stessa mappa e spiegazione.
Il rapporto degli uomini con il logos esprime il rapporto con la verità.

"La legge e l'ordine del Tutto sono una sempiterna 'Parola' (logos) che si offre all'ascolto di tutti. I più la sentono, ma non sanno ascoltarla. Ogni giorno vi si imbattono e tuttavia non la intendono. Vivono quindi con in sogno, separati come sono da ciò che è 'comune', ossia dalla divina legge del Tutto".
(E. Severino, La filosofia antica).
Eraclito divide gli uomini in svegli e dormienti (i primi sono i sapienti, i filosofi, i secondi la gente comune che ignora la conoscenza).
La legge espressa dal logos, ovvero la comprensione delle vere relazioni che si instaurano tra le cose, è alla portata di tutti, ma tutti gli uomini non sono uguali, alcuni intendono questa legge meglio di altri in virtù delle proprie capacità intellettive. Chi più sarà in grado di rivolgersi alla comprensione del logos più avvicinerà la verità e la sapienza autentica. Per Eraclito non è sapiente colui che sa un gran numero di cose, bensì colui che sa cogliere meglio di altri la natura delle relazioni che si instaurano tra le cose.

L'archè
I primi filosofi greci cercavano l' "archè" negli enti della realtà sensibile, a partire da Talete il cui unico frammento pervenutoci afferma che "l'archè è l'acqua". È costante nella filosofia antica la consapevolezza che le cose derivano da un principio che in quanto tale è unico, ingenerato e imperituro, indivisibile ed immutabile.
La dottrina delle quattro essenze fondamentali della Terra (acqua, vento, aria, fuoco) fornisce gli elementi tra i quali i primi filosofi greci scelsero l'"archè", i più generali tra i costituenti del mondo sensibile. Platone mostrerà che l'archè del sensibile sono le idee iperuraniche, e che dunque non può essere trovata nemmeno nei costituenti fondamentali, e che il sensibile postula l'esistenza di una realtà trascendente che lo causa.
Aristotele affermò che l'archè secondo Eraclito fosse il fuoco. In alcuni frammenti effettivamente sembra che Eraclito sostenga questa tesi: in particolare che il fuoco, raffreddandosi, diventi acqua e poi terra e che quindi tutto abbia origine e tutto ritorni nel fuoco. Questo permetterebbe di collegare Eraclito con le ricerche naturalistiche dei filosofi di Mileto. In realtà, però, è probabile che il riferimento al fuoco vada inteso in senso più metaforico. In questo elemento fisico sembra infatti mostrarsi la teoria ontologica di Eraclito. Il fuoco è sempre vivo, in continuo movimento. È in ogni momento diverso dal momento precedente, ma allo stesso tempo sempre uguale a se stesso.
L'arché è dunque quel principio eterno dal quale le cose si generano e in cui ritornano quando si corrompono. Se ogni cosa si differenzia e si distingue, se ogni cosa si genera e si distrugge, la filosofia greca delle origini già si domanda quale sia quel principio che determina la diversità delle cose pur rimanendo sempre identico a se stesso e senza mai distruggersi.

Il fuoco come stoichèion
Se il principio unitario che accomuna tutte le cose del mondo è il divenire, per Eraclito l'elemento fisico del quale tutti gli altri elementi sono composti (lo stoichèion), è il fuoco. Questo perché il fuoco è considerato come elemento destabilizzante, in grado di provocare quel cambiamento che permette alle cose di mutare da uno stato all'altro. Secondo Eraclito, dal fuoco si sprigionano dei gas, i gas diventano acqua, l'acqua stessa, una volta evaporata, lascia dei residui che vanno a comporre tutti i solidi. Questa idea del fuoco come elemento distruttore e creatore, sarà ripreso più tardi dagli stoici (assieme al concetto di lògos).

Frammenti del Sulla Natura

Panta rhei

[12 Diels-Kranz ] A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove.

[49a Diels-Kranz ] Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo.

[ 91 Diels-Kranz ] Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va.

Pýr
[90 Diels-Kranz ] Tutte le cose sono uno scambio del fuoco, e il fuoco uno scambio di tutte le cose, come le merci sono uno scambio dell'oro e l'oro uno scambio delle merci.

[30 Diels-Kranz ] Quest'ordine, che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli Dei né gli uomini, ma era sempre ed è e sarà fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne.

[31 Diels-Kranz ] Mutazioni del fuoco: in primo luogo mare, la metà di esso terra, la metà vento ardente.

[32 Diels-Kranz ] L'uno, l'unico saggio, non vuole e vuole anche essere chiamato Zeus.

[41 Diels-Kranz ] Esiste una sola sapienza: riconoscere l'intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose.

[64 Diels-Kranz ] Il fulmine governa ogni cosa.

[66 Diels-Kranz ] Il fuoco sopraggiungendo giudicherà e condannerà tute le cose.

[78 Diels-Kranz ] La natura umana non ha conoscenze, la natura divina sì.

Lógos
[1 Diels-Kranz ] Di questo lógos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benchè infatti tutte le cose accadano secondo lo stesso lógos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole ed in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com'è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di cio che fanno dormendo.

[2 Diels-Kranz ] Bisogna dunque seguire ciò è comune. Ma pur essendo questo lógos comune, la maggior parte degli uomini vive come se avesse un propria e particolare saggezza.

[8 Diels-Kranz ] L'opposto concorde e dai discordi bellissima armonia.

[10 Diels-Kranz ] Congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l'uno e dall'uno tutte le cose.

[16 Diels-Kranz ] Come potrebbe uno nascondersi a ciò che non tramonta mai?

[17 Diels-Kranz ] La maggior parte degli uomini non intende tali cose, quanti, in esse s'imbattono, e neppur apprendendole le conoscono, pur se ad essi sembra.

[21 Diels-Kranz ] Morte è quanto vediamo stando svegli, sonno quanto vediamo dormendo.

[29 Diels-Kranz ] Rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come bestie.

[33 Diels-Kranz ] La legge è anche ubbidire alla volontà di uno solo.

[34 Diels-Kranz ] Assomigliano a sordi coloro che, anche dopo aver ascoltato, non comprendono, di loro il proverbio testimonia: " Presenti, essi sono assenti ".

[40 Diels-Kranz ] Sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza: l'avrebbe altrimenti insegnato ad Esiodo, a Pitagora e poi a Senofane e ad Ecateo.

[42 Diels-Kranz ] Omero è degno di essere scacciato dagli agoni e di essere frustato, ed egualmente Archiloco.

[45 Diels-Kranz ] Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos.

[48 Diels-Kranz ] L'arco ha dunque per nome vita e per opera morte.

[49 Diels-Kranz ] Uno è per me diecimila, se è il migliore.

[50 Diels-Kranz ] Ascoltando non me, ma il lógos, è saggio convenire che tutto è uno.

[51 Diels-Kranz ] Non comprendono come, pur discordando in se stesso, è concorde: armonia contrastante, come quella dell'arco e della lira.

[53 Diels-Kranz ] Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi.

[54 Diels-Kranz ] L'armonia nascosta vale di più di quella che appare.

[57 Diels-Kranz ] Maestro dei più è Esiodo: credono infatti che questi conoscesse molte cose, lui che non sapeva neppure che cosa fossero il giorno e la notte; sono infatti un'unica cosa.

[59 Diels-Kranz ] Una e la stessa è la via dritta e quella curva per la vite nella gualchiera.

[60 Diels-Kranz ] Una e la stessa è la via all'in sù e la via all'in giù.

[61 Diels-Kranz ] Il mare è l'acqua più pura e più impura: per i pesci essa è potabile e conserva loro la vita, per gli uomini essa è imbevibile e esiziale.

[62 Diels-Kranz ] Immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte e morienti la loro vita.

[67 Diels-Kranz ] Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi.

[72 Diels-Kranz ] Da questo lógos, con il quale soprattutto sono continuamente in rapporto e che governa tutte le cose, essi discordano e le cose in cui ogni giorno si imbattono le considerano estranee.

[80 Diels-Kranz ] Bisogna però sapere che la guerra è comune, che la giustizia è contesa e che tutto accade secondo contesa e necessità.

[88 Diels-Kranz ] La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli mutando son questi.

[89 Diels-Kranz ] Unico e comune è il mondo per coloro che sono desti.

[93 Diels-Kranz ] Il signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice nè nasconde, ma indica.

[101 Diels-Kranz ] Ho indagato me stesso.

[103 Diels-Kranz ] Comune infatti è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio.

[104 Diels-Kranz ] Qual è infatti la loro mente e la loro intelligenza? Danno retta agli aedi popolari e si valgono della folla come maestra, senza sapere che " i molti non valgono nulla e solo i pochi sono buoni ".

[113 Diels-Kranz ] Il pensare è a tutti comune.

[114 Diels-Kranz ] È necessario che coloro che parlano adoperndo la mente si basino su ciò che è comune a tutti, come la città sulla legge, ed in modo ancora più saldo. Tutte le leggi umane infatti traggono alimento dall'unica legge divina: giacchè essa domina tanto quanto vuole e basta per tutte le cose e ne avanza per di più.

[115 Diels-Kranz ] È proprio dell'anima un lógos che accresce se stesso.

[116 Diels-Kranz ] Ad ogni uomo è concesso conoscere se stesso ed essere saggio.

[119 Diels-Kranz ] Per l'uomo il carattere è il demone.

[121 Diels-Kranz ] Bene farebbero gli efesi ad arrampicarsi tutti, quanti sono nell'età adulta, e a consegnare la città ai fanciulli imberbi, essi che hanno esiliato Ermodoro, il più capace di tutti loro, con queste parole: tra noi nessuno sia eccellente per capacità, ma se vi è, vada altrove in mezzo ad altri.

[123 Diels-Kranz ] La natura delle cose ama celarsi.

giovedì 9 agosto 2007

Mutui americani


IL CASTELLO DI CARTA DEI MUTUI AMERICANI
di Giuseppe Turani

Il mercato dei prestiti immobiliari sub-prime, in America, mostra segni di debolezza (per non dire di peggio). E la platea dei piccoli risparmiatori (che vi è coinvolta, suo malgrado) mostra segni crescenti di nervosismo. Per questo...

29 Luglio 2007 13:52 MILANO

(WSI) – In questo momento le Borse hanno più di un motivo per essere inquiete. Tanto per cominciare non è ancora ben chiaro che cosa sta accadendo all' economia americana. Gli ultimi dati resi noti dicono che va bene, ma si tratta di numeri relativi alla situazione di qualche mese fa. E i dubbi rimangono per quanto riguarda il futuro. Ma le Borse, si sa, guardano appunto avanti, non indietro.

Inoltre, i mercati corrono ormai da qualche anno, praticamente senza interruzioni. E un po' tutti sono convinti che avrebbero dovuto fermarsi già da tempo. Ma vanno avanti perché nel mondo c'è una montagna di liquidità che non sa bene dove andare a sbattere la testa. Tutti, però, sanno che stanno camminando un po' sul filo del rasoio.

Da qualche tempo c'è, comunque, un elemento in più di inquietudine: si tratta dei prestiti sub-prime. In termini meno tecnici si può dire che sono prestiti immobiliari fatti alla clientela meno sicura, cioè quella un po' più a rischio. Una volta una questione del genere sarebbe rimasta confinata dentro alle banche erogatrici del prestito. Ogni istituto fa le sue scelte e può capitargli di dare del denaro anche a clienti non molto affidabili. Di solito si garantisce con ipoteche, fideiussioni e altro.

Insomma, sono faccende che riguardano la banca e il suo modo di gestire gli affari. Può anche succedere che qualche somma non ritorni indietro perché il cliente, alla fine, risulta insolvente. In questo caso la banca ha le sue ipoteche e, nella peggiore delle ipotesi, ha i suoi fondi di garanzia, le sue riserve. E' attrezzata, per dirla con poche parole, per affrontare anche le perdite su prestiti. Ma da qualche tempo le cose non sono così semplici. Sono cambiate e sono cambiate in un modo che, oggi, spaventa i mercati.

Il meccanismo del credito immobiliare (ma anche quello commerciale o per i private equity) funziona in un modo diverso. La banca eroga il credito a clienti di varia natura, poi «impacchetta» questi stessi crediti in obbligazioni e vende il tutto.

Chi compra questi obbligazioni, riceve in cambio una cedola (dei dividendi, grosso modo), che vengono finanziati con il pagamento dei debiti dei clienti. In termini ancora più chiari. La banca dà un milione di euro al signor Rossi per comprarsi una casa. Poi trasforma il milione dato al signor Rossi (e altri cento prestiti analoghi a altrettanti signori Rossi) in obbligazioni che vengono vendute a qualche Fondo di investimento. Mano a mano che i signori Rossi restituiscono i soldi, il Fondo ha i soldi per dare un dividendo a quelli che hanno comprato le quote di quello stesso Fondo.

Il meccanismo è ingegnoso. In questo modo, infatti, le banche liberano i loro conti dal peso dei prestiti fatti. Questi stessi prestiti, attraverso il meccanismo appena descritto, sono stati «venduti» a altri, cioè al mercato. In genere, a dei Fondi, i quali hanno poi venduto loro quote alla clientela minuta. Le banche, quindi, hanno i loro bilanci liberi e possono ricominciare il gioco.

L´aspetto interessante di questo meccanismo (di uso crescente e ormai quasi universale) è che quello che una volta era il «rischio bancario» (prestare soldi alla gente, che può restituirli oppure no) viene trasferito al mercato, cioè a noi. Se i vari signori Rossi non pagano le rate del mutuo, questo non è più un problema della banca (che ha «venduto» l´operazione), ma del Fondo che l´ha comprata e dei clienti che hanno comprato le quote di quel Fondo.

Il secondo aspetto interessante (e inquietante) del meccanismo è che noi, cittadini-sottoscrittori del Fondo, non siamo delle banche, non abbiamo fondi di garanzia, non abbiamo riserve, non abbiamo un patrimonio accumulato negli anni e messo lì apposta per far fronte alle eventuali insolvenze. Se qualcosa va storto, se ci accorgiamo che il mercato dei prestiti immobiliari comincia a fare acqua, ci spaventiamo (giustamente) e il nostro unico desiderio è quello di esserci coinvolti il meno possibile. E quindi cominciamo a vendere. Non abbiamo altra possibilità. E le Borse scendono (anche i gestori dei Fondi vendono).

Ecco, oggi ci troviamo esattamente a questo punto. Il mercato dei prestiti immobiliari sub-prime, in America, mostra segni di debolezza (per non dire di peggio), e la platea dei piccoli risparmiatori (che vi è coinvolta, suo malgrado) mostra segni crescenti di nervosismo. Come dice qualche esperto, può trattarsi solo di un temporale estivo. In qualche modo, magari, la falla dei prestiti sub-prime verrà arginata e il meccanismo andrà avanti. Ma potrebbe anche non essere un temporale estivo, e potrebbe trasformarsi in qualcosa di assai più pericoloso. Per ora nessuno è in grado di dirlo. Intanto, le Borse hanno preso le loro prime legnate, e non è affatto detto che siamo le ultime. Si vedrà nei prossimi giorni.

Tutto quello che sappiamo, al momento, è che, attraverso il meccanismo che abbiamo descritto sopra, tutti noi (se abbiamo comperato quote di Fondi) siamo coinvolti in qualche forma di prestito (immobiliare, commerciale o a Fondi di private equity, o altro), pur non essendo delle banche. E già questo dovrebbe farci un po' di paura.

Zenone di Cizio - Stoicismo


Zenone di Cizio
(333 a.C.-263 a.C.) fu un filosofo ellenistico nato a Cizio, nell'isola di Cipro, considerato il fondatore dello stoicismo. Come Talete, non era di origine greca ma fenicia. Fu allievo del filosofo cinico Cratete e, successivamente, di Polemone, scolarca dell'Accademia platonica nell'ultimo quindicennio del IV secolo. Intorno al 300 fondò la Stoa. Il suo contributo alla storia delle idee si rivela notevole soprattutto nel campo dell'etica, in cui espresse posizioni spesso condizionate dalla sua formazione cinica, e della gnoseologia (sua è la teoria stoica della rappresentazione catalettica). A Zenone è dedicato il primo volume della classica raccolta di frammenti stoici curata da Hans von Arnim (SVF 1).
La fonte più importante riguardo alla sua vita è una biografia scritta da Diogene Laerzio, nel libro VII della sua opera Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi.

Stoicismo
Lo stoicismo è una corrente filosofica e spirituale fondata nel 308 a.C. ad Atene da Zenone di Cizio, con un forte orientamento etico. Tale filosofia prende il suo nome dal portico dipinto (in greco στοὰ ποικίλη, pron. stoà poikíle) dove Zenone di Cizio impartiva le sue lezioni. Gli stoici sostennero le virtù dell'autocontrollo e del distacco dalle cose terrene, portate all'estremo nell'ideale dell'atarassia, come mezzi per raggiungere l'integrità morale e intellettuale.
Nell'ideale stoico, è il dominio sulle passioni che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza. Riuscire è un compito individuale, e parte dalla capacità del saggio di disfarsi delle idee e influenze che la società nella quale vive gli ha inculcato. Tuttavia lo stoico non disprezza la compagnia degli altri uomini, e l'aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata.
Tra gli stoici più importanti troviamo numerosi filosofi e uomini di stato greci e romani. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana la resero una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio nei suoi Colloqui con se stesso) che da schiavi (come Epitteto). Cleante, Crisippo, Seneca e Catone furono personalità importanti della scuola stoica.

Origini
Lo stoicismo nasce ad Atene dove Zenone di Cizio impartiva le sue lezioni, nella zona del portico affrescato dell'agorà (la Stoà Pecile), da cui, come abbiamo detto, questa corrente di pensiero prende il nome. La fase originaria di tale scuola di pensiero è detta Stoicismo antico.
Più tardi, a partire dall'introduzione di questa dottrina a Roma da parte di Panezio di Rodi, ha inizio il periodo dello Stoicismo medio. Si differenzia dal precedente per il suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che dall'aristotelismo e dall'epicureismo.
Infine, abbiamo il cosiddetto Stoicismo nuovo o romano, che abbandona la tendenza eclettica cercando di tornare alle origini.

- L'Antica Stoà (III-II secolo a.C.). Cleante e Crisippo, seguendo l'insegnamento del maestro Zenone, fissano i punti della dottrina stoica;

- La Media Stoà (II-I secolo a.C.). Lo stoicismo viene contaminato dall'epicureismo, dal neoplatonismo e dal pensiero orientale.

- La Nuova Stoà (I-III secolo d.C.). E' il periodo in cui lo stoicismo diventa la filosofia più diffusa fra gli intellettuali romani: Seneca, l'Imperatore di Roma Marco Aurelio e lo schiavo Epitteto ne sono gli esempi più celebri. Lo stoicismo dell'epoca imperiale venne arricchito da contaminazioni ciniche.

Filosofia Stoica
Gli stoici dividevano la filosofia in tre discipline: la logica, che si occupa del procedimento del conoscere; la fisica che si occupa dell'oggetto del conoscere; e l'etica che si occupa della condotta conforme alla nostra natura razionale. Questa gerarchia si esprime in due esempi: La comparazione con l'uovo: la logica è rappresentata dal guscio, la fisica dall'albume e l'etica dal tuorlo e il paragone col frutteto: la logica è il recinto che delimita il terreno, la fisica l' albero e l' etica è il frutto.
La logica comprendeva la gnoseologia, la dialettica e la retorica. Sebbene sia certo che il sistema è subordinato all'etica, questa si fonda su un principio che ha origine nella fisica.
La fisica stoica, a sua volta, deriva dalla concezione eraclitea del fuoco come forza produttiva e ragione ordinatrice del mondo. Da questo fuoco artigiano (πύρ τεχνικόν) si genera il mondo il quale, in certi periodi determinati di tempo, si distrugge e torna a rinascere dal fuoco. Per questa ragione si è soliti parlare di eterno ritorno del medesimo che si produce ciclicamente sotto forma di conflitto universale o ecpirosi (εκπύρωσις). Ogni periodo che si produce dal fuoco e che culmina nella distruzione attraverso il fuoco stesso è definito diakosmesis (διακόσμησις).
Questo ordinamento è retto da una ragione (Λόγος) universale. Essa può essere intesa come un 'movimento' incausato, eterno, inarrestabile che inerisce a qualunque forma di essere, dal più semplice ed infimo fino al più grande e complesso, vivente e non vivente.
L'etica stoica si fonda sul principio che anche l'uomo è partecipe del lógos e portatore di una "scintilla" di fuoco eterno. Ciò che impedisce l'adeguamento della condotta umana alla razionalità sono le passioni. La virtù consiste nel vivere in modo ammissibile (ομολογία) con la natura delle cose, scegliendo sempre ciò che è conveniente alla nostra natura di esseri razionali. Nello stato di dominio sulle passioni o apatia (απάθεια), ciò che poteva apparire come male e dolore si rivela come un punto positivo e necessario. È da qui che Epitteto dichiara "ανέχoυ καί απέχoυ" (sopporta e astieniti): non nel senso di 'sopporta il dolore e astieniti dai piaceri' come comunemente s'intende; bensì nel senso di 'sopporta l'intolleranza (frutto di passione) altrui e astieniti dall'intemperanza (frutto di passione)'.
Questo è anche il senso della famosa metafora stoica che paragona la relazione uomo-Universo a quella di un cane legato ad un carro. Il cane ha due possibilità: seguire armoniosamente la marcia del carro o resisterle. La strada da percorrere sarà la stessa in entrambi i casi; però se ci si adegua all'andatura del carro, il tragitto sarà armonioso. Se, al contrario, si oppone resistenza, la nostra andatura sarà tortuosa, poiché saremo trascinati dal carro contro la nostra volontà. L'idea centrale di questa metafora è espressa in modo sintetico e preciso da Seneca, quando sostiene: Ducunt volentem fata, nolentem trahunt ("Il destino guida chi lo accetta, e trascina chi è riluttante").

Oikeiosis (dal greco οικεῖος) è un termine introdotto dai filosofi stoici per indicare la realizzazione, il fine ultimo degli esseri viventi.
Secondo gli stoici è la conoscenza del proprio io, tramite la synaesthesis, ovvero la percezione interna. Grazie a questa conoscenza di sé, nasce l'istinto di conservazione che consente lo sviluppo del proprio essere.
Questa conoscenza di sé è accompagnata dal senso piacevole di compiacimento ovvero l'oikeiosis. Grazie all'oikeiosis, secondo gli stoici, gli esseri viventi possono volare, nuotare, muoversi senza che nessuno l'abbia mai insegnato loro. In esso sono dunque racchiuse la forza, la salute, la bellezza, le funzionalità del corpo, cosi come anche l'amore per la propria specie e nell'uomo per la sua comunità.
Da qui per l'uomo prosegue la strada che lo condurrà alla moralità. L'animale invece, non avendo dentro di sé la natura razionale, non da valore alle cose e rimane per sempre nella sfera dell'istintualità.

Tutto è lògos
L'assunto fondamentale dello stoicismo è che tutto è sorretto dalla ragione. Per gli stoici, contrariamente a quanto sostenuto dagli epicurei, nel cosmo non vi è nulla di casuale ma tutto è sorretto da una legge razionale che essi chiamano logos, recuperando l'antico termine eracliteo. Il logos determina ogni aspetto della realtà in modo necessario, per cui ogni cosa accade nell'unico modo in cui sarebbe potuta accadere.
L'intero corso degli eventi, l'intero universo, è nel suo insieme perfetto e predeterminato, per cui ogni aspetto della realtà accade in un certo modo e non in un altro perché il logos non poteva che determinarlo in quell'unico modo.
Tutti i fenomeni e gli accadimenti del mondo, i quali non sono altro che la manifestazione della legge del logos, hanno un proprio fine, anche quelli all'apparenza dannosi o inutili, così Crisippo giustificava anche le catastrofi e i terremoti come purificazione ed espiazione dei mali del mondo. Questa conclusione rispecchia a dovere il senso che gli stoici danno al mondo: ogni cosa ha una sua ragione, ogni aspetto della realtà, anche il più terribile o il più apparentemente trascurabile, possiede un suo perché nella logica dell'intero e del tutto (questo argomento sarà poi recuperato da Leibniz per affermare che quello che viviamo è "il migliore dei mondi possibili").
Da questo atteggiamento filosofico nascerà l'attenzione dello stoicismo per la logica. Molti dei concetti di logica classica che verranno utilizzati in epoche successive derivano dal lavoro di organizzazione della disciplina sviluppato proprio dalle scuole stoiche le quali, assieme all'opera di Aristotele, verranno a formare il "corpo logico" proprio dell'antichità (gli stoici si dedicheranno ad approfondire gli aspetti della logica dialettica). Da ricordare per l'importanza la distinzione operata dagli stoici tra segno, significante e significato, un'importante anticipazione delle teorie semiotiche moderne.

Il fato
Se ogni cosa nell'universo accade secondo la legge del logos, ogni aspetto della realtà non può che accadere nel solo modo in cui accade. L'argomento è una critica al concetto di libero arbitrio sostenuto invece dagli epicurei, per gli stoici l'agire umano non può che essere vincolato da una legge di necessità.
La legge "divina" che regola il funzionamento di ogni aspetto della realtà è chiamata dagli stoici pronoia (e per gli stoici il termine "divino" ha un significato diverso rispetto al "Dio" della tradizione cristiana, il quale invece "dona" agli uomini il libero arbitrio, per questo concetto si veda Agostino). La pronoia è la provvidenza, quel principio che "pre-vede" e "pre-determina" il mondo nel suo insieme, il termine pronoia deriva infatti dal prefisso pro- ("che sta davanti") e da nous ("intelletto"), per cui pronoia è ciò che si pone prima dell'intelletto umano (il quale è circostanziato) travalicandolo e determinandolo in anticipo (alla provvidenza spetta infatti il compito di predeterminare ogni evento, passato, presente e futuro).
Dunque per gli stoici la pronoia determina ogni evento, per cui ogni aspetto dell'esistenza è fato, è destino (in greco heimarméne). Se ogni aspetto è già determinato nel disegno del fato, allora la libertà dell'uomo è solo apparente. L'unica libertà che è concessa all'uomo è allora quella di non contrastare il destino e seguire il suo volere.
Se l'uomo intendesse piegare il mondo al suo volere, cercando di conformarlo ai suoi progetti, sarebbe comunque destinato al fallimento qualora il fato volesse il contrario. L'autentica libertà dell'uomo è dunque quella di volere ciò che il fato vuole, in modo da porre il destino come guida e non come antagonista rispetto al proprio progetto di vita.
Mentre per Epicuro la serenità dell'anima si fonda sul fatto che nulla nella realtà è sottoposto ad alcuna legge restrittiva per la libertà degli uomini, e quindi ogni uomo è libero di ricercare la felicità, per gli stoici la serenità è invece raggiungibile proprio a partire dal senso del destino per cui ogni cosa che accade nel mondo non dipende dalla volontà degli individui ed è quindi inevitabile.

Il dominio sulle passioni
Il senso del cosmo è il logos. Ogni cosa è permeata da questa legge per cui non solo la natura (la physis) soggiace al volere della ragione, ma anche l'uomo, il quale è parte della natura e del cosmo. La vita degli uomini è scontro tra lògos e phatos, dove per phatos si intende l'errore della ragione indotto dagli istinti. Il vero ostacolo verso una piena armonia con l'universo è dunque la passione, vera malattia dell'anima che allontana l'uomo dalla ragione.
Il saggio deve astenersi delle passioni, egli deve contemplare il mondo con distacco, come se assistesse ad una rappresentazione sulla quale non può intervenire. Il destino degli uomini è infatti già deciso dal logos, ragion per cui ogni cosa accade indipendentemente dal "disturbo" operato delle passioni. Ecco dunque che il saggio stoico pratica l'apatia (a-pathos, "assenza di passione") e l'atarassia (a-taraxsis, "assenza di turbamento", "imperturbabilità" di fronte agli eventi).
Il destino determina ogni cosa, dunque determina anche la passione come allontanamento dalla ragione, tuttavia le passioni sono un genere di sensazioni che disturbano la contemplazione della verità, quella verità per cui è il logos a reggere i destini del mondo. La vita autentica è dunque la contemplazione della verità del logos, è l'essere a conoscenza della verità e condurre la propria vita in funzione di essa.
Le passioni sono d'ostacolo ad una vita serena perché conducono l'uomo a volere ciò che non può realizzarsi. Ogni volta che l'uomo desidera l'impossibile (desidera ciò che dovrebbe accadere e non accetta invece ciò che accade) egli va incontro al dolore. Ecco che il saggio stoico non lotta contro il fato ma lo accetta, e nel momento in cui egli lo accetta non si lascia condurre da esso ma diventa egli stesso il proprio destino. In questo modo l'uomo diventa autenticamente ciò che è: accettare il proprio destino implica essere realmente ciò che si è, entro la propria natura e non oltre. I tre tipi di azioni etico-morali, la vita virtuosa
Seguendo il precetto della vita secondo natura, ovvero l'agire conforme all'ordine razionale del cosmo, si possono distinguere tre tipi di azioni etico-morali:

- Le azioni doverose, da perseguire sempre e ad ogni costo, poiché in perfetta armonia con la ragione. Sono l'impegno civile (contrapposto al disimpegno epicureo), il rispetto degli obblighi familiari, dei patti e dell'amicizia;

- Le azioni ingiuste, da evitare in quanto frutto dell'abbandono alle passioni, uniche vere nemiche della verità e della vita, malattie dell'anima (l'ira, l'odio, la ferocia, ma anche la malinconia e il sentimento di frustrazione);

- Le azioni indifferenti, quelle dettate da comportamenti che mirano alla ricchezza, alla bellezza, alla gloria, ecc. Il saggio stoico non si cura delle possibilità oggettive della sua esistenza, i suoi precetti gli impongono l'indifferenza verso gli eventi elargitigli dal fato. Tutte le azioni che sono indifferenti al raggiungimento della virtù sono definite dagli stoici come "adiaforie" (da adiaphorìa, composto dal privativo a- e da diaphoros, “differente”, ovvero “che non fa alcuna differenza”).

Scopo della vita è vivere un'esistenza virtuosa, la virtù è vivere secondo ragione. La felicità consiste dunque nel comprendere di essere individui razionali che sono parte di un tutto soretto da basi razionali. Si è virtuosi quando si comprende il legame che sussiste tra le singole individualità e una ragione più ampia e profonda. Le passioni "viziose" sono quelle che conducono all'ira, alla ferocia e al dolore dell'anima provocato dallo sconforto e dalla frustrazione, per contro, i sentimenti che onorano la legge del logos sono i sentimenti di amore per gli uomini e di rispetto per le istituzioni e per gli impegni contratti con gli appartenenti alla comunità.
Le quattro virtù fondamentali per gli stoici sono la saggezza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. La saggezza è la virtù di chi conosce e comprende l'autentico senso della verità, la giustizia è la virtù che si esercita conseguentemente alla conoscenza della verità, la fortezza e la temperanza sono qualità virili che permettono all'uomo stoico di affrontare i colpi della sorte a testa alta, ben sapendo che ogni cosa accade secondo necessità ed è quindi inevitabile (virtù consone più delle altre allo spirito romano e a pensatori quali Seneca, Marco Aurelio ed Epitteto).

Cosmopolitismo e regola dell'impegno civile
Se tutto è governato dalla ragione essa ha un significato assoluto e universale entro la quale e per la quale vivono tutti gli uomini, aldilà di ogni distinzione politica, sociale, e culturale. La filosofia stoica è dunque un tipo di saggezza che non si rivolge solamente ed esclusivamente ad un certo gruppo sociale o politico, ma la verità di cui si fa portatrice ha un carattere universale che coinvolge gli uomini nella loro totalità, al di là delle differenze e delle condizioni di vita.
Questo aspetto dello stoicismo è proprio anche dell'epicureismo, in quest'ultimo il cosmopolitismo è conseguenza del fatto che nel cosmo non vi è alcuna legge deterministica e quindi ogni uomo è legittimamente in grado di sperimentare liberamente il senso della felicità, mentre per lo stoicismo il carattere della propria dottrina è universale proprio perché è universale la legge che guida l'universo. Questo aspetto delle discipline filosofiche ellenistiche contrasta quindi con la visione fortemente aristocratica, elitaria e "classista" propria della filosofia politica di Platone (si veda la Repubblica).
Esempio vivente dell'universalità della dottrina stoica è lo schiavo filosofo Epitteto. Egli metteva in pratica l'indifferenza rispetto alla propria condizione di vita, una condizione determinata dal destino al quale nulla si poteva opporre, ma rivendicava comunque il diritto di essere un libero pensatore malgrado costretto nella sua condizione servile.
Molto importante nello stoicismo è poi il precetto dell'impegno civile (molti stoici romani erano personalità politiche di spicco, a partire da Seneca, per non parlare dall'Imperatore Marco Aurelio). Se l'uomo non può lottare contro il proprio destino, è altresì vero che il buon stoico ha il dovere di diffondere i precetti della sua dottrina a quanti più uomini possibili, in modo da armonizzare le azioni degli uomini al volere del fato e renderli più forti di fronte ai colpi della sorte.

Fondi Comuni di Investimento

da un articolo della stampa specializzata del 13 Lug 2006

Ieri l'ufficio studi di Mediobanca ha pubblicato la XV edizione della sua annuale indagine sui fondi comuni d'investimento e sicav italiani. I risultati sono, come al solito, sconfortanti. Oltre 60 miliardi di euro distrutti da questi strumenti negli ultimi sette anni.

Per ottenere questo "bel risultato", sempre negli ultimi sette anni, il complesso dei fondi analizzati dallo studio ha prelevato oltre 38 miliardi di euro di oneri di gestione (includendo solo le commissioni riconosciute alla banca depositaria ed alla società di gestione). Il complesso dei costi a carico dei fondi (e quindi, indirettamente, dei sottoscrittori) è molto più alto includendo tutti gli altri oneri (ad esempio, di oneri di negoziazione dei titoli). Solo nel 2005, il complesso dei fondi analizzati (1172 fondi e sicav italiane) hanno prelevato oltre 5 miliardi di euro di oneri di gestione, con un aumento del 5,2%, un vero e proprio salasso del tutto ingiustificato.

Sul piano dei rendimenti, il 2005 apparentemente può sembrare positivo (6,3% del 2005 contro il 3% del 2004), ma se confrontato – come deve essere confrontato – con l'andamento del mercato in cui questi fondi investono, arrivano le note dolenti. Ad esempio, i fondi azionari hanno reso un (apparentemente eccellente) 18,2%; molto peggio del rendimento medio delle borse mondiali: 26,4%.

Un dato positivo, per i risparmiatori, sembrerebbe emergere dall'indagine di quest'anno: nel 2005 i riscatti hanno superato le nuove sottoscrizioni di 15,3 miliardi di euro; si tratta del secondo record storico negativo dopo quello del 2004 pari a 22,1 miliardi. Il trend negativo e' confermato anche dai dati ufficiali del primo semestre del 2006.

Si potrebbe dedurre che gli investitori italiani iniziano a comprendere che sottoscrivere questi prodotti rappresenta uno sperpero di denaro e quindi li penalizzano. Vorremmo che fosse così, ma temiamo che la verità sia ben diversa: le banche stanno semplicemente dirottando i risparmi dei propri clienti verso prodotti ancora più inefficienti e costosi dei fondi comuni d'investimento analizzati dallo studio di Mediobanca. Prodotti come polizze unit-linked, obbligazioni strutturare, gestioni patrimoniali in quote di fondi (che impiegano prevalentemente fondi estero-vestiti), ecc.

La distruzione dei risparmi degli investitori italiani, quindi, continua...e si aggrava.

martedì 7 agosto 2007

Bruce Chatwin - Le Vie dei Canti [1987]


"Avevo il presentimento che la fase "itinerante" della mia vita si sarebbe presto conclusa. Prima che si insinuasse dentro di me il malessere della sedentarietà, pensai, dovevo riaprire questi taccuini. Dovevo mettere sulla carta un riassunto delle idee, delle citazioni e degli incontri che mi avevano divertito, che mi tornavano in mente spesso e che speravo avrebbero fatto luce su quello che per me è l'interrogativo primo: qual è la natura dell'inquietudine umana? In una delle sue pensées più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l'incapacità di starcene tranquilli in una stanza. Perché, domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio per mare? O a vivere in un'altra città, o a andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccar teste? Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto ne trovò una ottima: e cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale; così infelice che, se ci concentriamo su di essa, nulla può consolarci. Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione. Ed è lo svago (divertissement); eppure proprio questa è la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta gradualmente alla rovina. Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la nostra smania di nuovo, era, in sostanza, un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno?
Tutti i grandi maestri hanno predicato che in origine l'Uomo "peregrinava per il deserto arido e infuocato di questo mondo" - sono parole dei Grande Inquisitore di Dostoevskij -, e che per riscoprire la sua umanità egli deve liberarsi dei legami e mettersi in cammino. I miei due taccuini più recenti erano fitti di appunti presi in Sudafrica, dove avevo vagliato senza intermediari alcune prove certe sull'origine della nostra specie.
Quello che appresi là - insieme a quel che ora sapevo delle Vie dei Canti - sembrava confermare l'ipotesi con cui mi baloccavo da tanto tempo e cioè che la selezione naturale ci ha foggiati - dalla struttura delle cellule cerebrali alla struttura dell'alluce - per una vita di viaggi stagionali a piedi in una torrida distesa di rovi o di deserto.
Se era cosi, se la "patria" era il deserto, se i nostri istinti erano forgiati nel deserto, per sopravvivere ai suoi rigori - allora era più facile capire perché i pascoli più verdi ci vengono a noia, perché le ricchezze ci logorano e perché l'immaginario uomo di Pascal considerava i suoi confortevoli alloggi una prigione."Soprattutto, non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata... ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati... Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

"La vita stessa è un viaggio da fare a piedi."


Le vie dei canti (Gli Adelphi)

lunedì 6 agosto 2007

ASCII Art

Che forte 'sta immagine!

Epicuro - Epicureismo


Epicuro
(Samo, 341 a.C. - Atene, 271/270 a.C.), filosofo greco fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell'età ellenistica e romana.
Epicuro (letteralmente "salvatore") nacque sull'isola di Samo, suo padre era un maestro e sua madre una maga. Appassionato di filosofia sin da giovane, a quattordici anni lasciò l'isola per studiare con il platonico Panfilo e l'atomista Nausifane, che gli fece conoscere il pensiero di Democrito.
Soggiornò poi ad Atene, a Colofone, a Mitilene e a Lampsaco, quindi nel 306 a.C., insoddisfatto dell'insegnamento altrui, aprì ad Atene la sua scuola filosofica in una casa con un ampio terreno adibito a giardino, dove i seguaci vivevano in comunità (per questo vennero chiamati "filosofi del Giardino").Epicureismo
La dottrina filosofica di Epicuro è detta anche filosofia del "giardino" ovvero il luogo, una casa con giardino appena fuori da Atene, dove egli dal 306 a.C. impartiva lezioni ai suoi discepoli. La sua filosofia si basa sull'atomismo pur discostandosi da Democrito. Egli riprende la teoria degli atomi traendone conclusioni di tipo etico capaci di liberare l'uomo da alcune delle sue paure primordiali, come quella della morte. Ritiene che il criterio della verità sia la conoscenza sensibile, ovvero solo i sensi sono veri ed infallibili. Grazie alle impronte che le cose sensibili lasciano nell'anima l'uomo è in grado di formulare dei pregiudizi che però non sempre corrispondono alla verità.Il pensiero
Di Epicuro ci restano tre epistole dottrinali riportate da Diogene Laerzio:
  • La lettera ad Erodoto in cui esprime il suo pensiero sulla fisica;
  • La lettera a Meneceo che tratta di etica;
  • La lettera a Pitocle sulla conoscenza.
Epicuro riprende la teoria atomica di Democrito introducendo però una deviazione casuale (dal latino: clinamen, anche se la prima volta che il termine compare è nel De Rerum Natura di Lucrezio; non abbiamo la certezza che anche Epicuro l'avesse considerata, ma vista l'adesione di Lucrezio alle dottrine del maestro è ragionevole riferire a lui anche questa teoria) del moto degli atomi che determina collisioni dalle quali si originano i corpi.
A differenza quindi dell'atomismo democriteo, il moto degli atomi non è più considerato vorticoso, ma, riprendendo la fisica di Aristotele, esso si svolge secondo un percorso rettilineo, che però incontra in modo spontaneo e imprevedibile una deviazione. Attribuisce quindi anche all'anima una causa materiale, essendo essa stessa composta di atomi, e grazie a questa concezione egli libera l'uomo dalla paura della morte poiché quando questa si verifica il corpo, e con esso l'anima, ha già cessato di esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in quanto la morte è privazione di sensazioni.
Inoltre egli affronta anche la questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell'uomo in quanto vivono negli intermundia, cioè in spazi situati fra gli infiniti mondi reali, e del tutto separati da questi; essi perciò non hanno esperienza dell'uomo. Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi:
  • Dio non vuole il male ma non può evitarlo (Dio risulterebbe buono ma impotente, non è possibile).
  • Dio può evitare il male ma non vuole (Dio risulterebbe cattivo, non è possibile).
  • Dio non può e non vuole evitare il male (Dio sarebbe cattivo e impotente, non è possibile).
  • Dio può e vuole; ma poiché il male esiste allora Dio esiste ma non si interessa dell'uomo (questa è la conclusione che Epicuro considera vera).
Queste considerazioni di tipo fisico, cosmologico e teologico spingono Epicuro a considerare la felicità come coincidente con l'assenza di paure e timori che condizionano l'esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi dolore. Questi possono essere artificiali o naturali (necessari e non necessari).
È inoltre doveroso aggiungere che il motivo per cui Epicuro afferma che gli dei si disinteressino dell'uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini, significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che, invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena. La fisica
Il pensiero scientifico di Epicuro presenta molti aspetti che ricordano il pensiero scientifico moderno, la cui nascita viene tradizionalmente fatta risalire a Galileo Galilei.
Premettiamo che Epicuro fu uno scrittore molto prolifico, come ci viene testimoniato da Diogene Laerzio, ma ci rimane molto poco della sua produzione, per cui bisogna cercare di capire il più possibile dal poco che ci rimane. Molte delle sue opere erano trattati di alto livello scientifico, volti ad affrontare in modo sistematico lo studio della natura: Diogene Laerzio riferisce della sua opera "Della Natura", in 37 libri, o "Degli Atomi e del vuoto", o ancora "Del Criterio", ritenuta essere un'opera di logica, e così via. Vengono attribuiti ad Epicuro circa 300 libri.
Quanto ci resta sono tre lettere e varie raccolte di frammenti, materiale fra l'altro, a carattere divulgativo, come dice lo stesso Epicuro: insomma è come cercare di ricostruire gli esperimenti sulle particelle subnucleari svolti al CERN tramite alcuni articoli di Le Scienze!
Già comunque nelle lettere si trovano molti spunti interessanti, che cercheremo di evidenziare. Il metodo di ricerca
Come prima cosa nella Lettera ad Erodoto, Epicuro sottolinea come sia importante avere un modello di riferimento, una teoria, diremmo oggi, nella quale inquadrare i fenomeni studiati, e questo è possibile solo se si "riduce il complesso della dottrina in elementi e definizioni semplici". Egli chiama questo metodo di ricerca, preliminare alla ricerca stessa, canonica, ovvero studio del canone.
Il concetto di modello è effettivamente ciò che ha reso potente la scienza moderna, modello come qualcosa che si usa per spiegare la realtà, ma che non è la realtà: cioè un fenomeno può essere spiegato da un modello, ma non è il modello, anzi, un fenomeno può anche essere spiegato con modelli diversi, la cosa importante è che i diversi modelli siano in accordo con i dati sperimentali.
Dice Epicuro nella Lettera a Pitocle: "non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base a ciò che l'esperienza sensibile richiede". Questa è poi la base della scienza sperimentale.Il piacere
Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici. Uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice.
Epicuro ritiene che il sommo bene sia il piacere (edonè). È necessario comprendere a fondo questo termine; Epicuro distingue due fondamentali tipologie di piacere:
  • Il piacere catastematico (statico)
  • Il piacere cinetico (dinamico).
Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l'uomo più insoddisfatto di prima. Sono piaceri cinetici quelli legati al corpo, alla soddisfazione dei sensi.
Il piacere catastematico è invece durevole, e consta della capacità di sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l'ultimo, senza preoccupazioni per l'avvenire. La condotta, quindi, deve essere improntata verso una grande moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere. Epicuro paragona la vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all'improvviso. Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso. Il piacere catastematico è profondamente legato ai concetti di atarassia e aponia.
Importante è quindi l'amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la serena felicità. Per quanto riguarda la società egli riconosce l'utilità delle leggi, che vanno rispettate poiché calpestandole non si può avere la certezza dell'impunità quindi rimarrebbe il timore di un castigo che turberebbe la serenità per sempre. L'uomo dovrà quindi essere contento del vivere nascondendosi serenamente (è la concezione epicurea del "vivere nascostamente" o "vivi di nascosto", in greco λάθε βιώσας)
Il disimpegno degli epicurei, che teorizzano una vita serena e ritirata, congiunto ad una distorta interpretazione del termine "piacere", ha portato nei secoli ad una visione distorta dell'epicureismo, spesso associato all'edonismo con cui nulla ha a che fare. La filosofia epicurea si distingue al contrario per una notevole carica illuministica e morale, insegna a rifiutare ogni superstizione o pregiudizio in una serena accettazione dei propri limiti e delle proprie potenzialità.Il tetrafarmaco
Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta.

"Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non
conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza
della natura".
Propone quindi un "tetrafarmaco", capace di liberare l'uomo dalle sue quattro paure fondamentali:

Mali
  1. Paura degli dei e della vita dopo la morte
  2. Paura della morte
  3. Mancanza del piacere
  4. Dolore fisico
Terapie
  1. Gli dei non si interessano degli uomini
  2. Quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo
  3. Esso è facilmente raggiungibile
  4. Se è acuto è momentaneo o morirai, se è leggero è sopportabile
Tre ingredienti per la felicità L'amicizia
"Di tutti i beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande di tutti è l'acquisto dell'amicizia."
Epicuro teneva in gran conto la vera amicizia. Il vero amico è colui che ama e rispetta l'altro per ciò che è e non per ciò che possiede. Tra veri amici si crea intimità, si condividono malinconie, ci si conforta. L'amicizia è in grado dare sicurezza nella misura in cui ci sentiamo compresi e accettati.
Sfidando i costumi, Epicuro e i suoi seguaci vissero in una grande casa priva di lusso e di decori, tuttavia coltivavano ciò di cui avevano bisogno per mangiare, e, cosa più importante, mangiavano assieme. "...dilaniare carni senza la compagnia di un amico è vita da leone e da lupo".La libertà
L'uomo libero è già a un passo dalla vera felicità, l'uomo che si libera dalle opinioni altrui lo è ancora di più. Si è già visto come per Epicuro la libertà dal volere degli dei sia già di conforto, a maggior ragione la libertà dell'uomo di fronte al proprio destino o a qualsiasi destino imposto da altri uomini è motivo di felicità e di piacere.Il pensiero, la parola e la scrittura consolatoria
La comunità epicurea era votata alla discussione dei problemi e alla riflessione. Molti degli amici di Epicuro erano scrittori e poeti. Epicuro amava discutere ed esaminare le proprie ansie legate al possesso del denaro, alle preoccupazioni legate alla salute, alla morte e all'aldilà. Discutere razionalmente della morte avrebbe aiutato, secondo il filosofo, ad alleviarne la paura. L'analisi lucida delle ansie e delle paure, sia per mezzo della discussione che della scrittura, se non è un rimedio assoluto, è tuttavia una consolazione, cosa che, a fini pratici, è tutt'altro che da sottovalutare.
"Ciò che al presente non ci turba, stoltamente ci addolora quanto è atteso".
Questa frase riassume bene l'atteggiamento filosofico di Epicuro: la vita è pratica di felicità , non conviene pensare a ciò che potrà accadere in futuro se questo implica la rovina della propria serenità presente.Le affezioni: il piacere e il dolore
Scrupolo di Epicuro è attenersi il più possibile all'evidenza originaria delle cose, poiché è nell'evidenza che si mostra la verità. Epicuro ritiene quindi di individuare negli uomini due stati d'animo innegabili e originariamente irriducibili: il piacere e il dolore. Questi stati d'animo, che vengono chiamati da Epicuro "affezioni", sono i due sentimenti che muovono tutte le azioni degli uomini.
Il piacere è quindi principio di bene, il dolore è invece sintomo di errore e quindi di male, queste sono verità originarie e di per sé evidenti che non hanno bisogno di essere provate.
Oltre alle affezioni, da ricordare che per Epicuro sono evidenze innegabili anche gli stati sensibili (il caldo, il freddo, la luce, il buio, il dolce, il salato, ecc.), e anche le cosiddette "prolessi", ovvero quelle rappresentazioni generali della mente che ci danno il senso degli eventi presenti sulla base dell'esperienza di quelli passati.
Dunque è evidente la radice "materialista" dell'epicureismo: sono gli stati sensibili gli unici fatti che godono il privilegio di un'evidenza innegabile e quindi possono dirsi verità.La vera felicità (e il vero piacere)
Ma, contrariamente a quello che si può pensare, per Epicuro la vera felicità non consiste nel piacere dei dissoluti. Come già per Socrate, Epicuro afferma che un piacere che conduce a successivi affanni non può dirsi vero piacere. Il vero piacere è un piacere che è già compiuto in sé, che non si incrementa e non decresce, resta stabile, perché rappresenta la perfezione. A questo tipo di piacere si arriva per sottrazione del dolore: il vero piacere è quindi assenza di dolore fisico (aponia, "privo di pena") che spirituale (atarassia, "privo di turbamento").
Sul dolore fisico Epicuro sostiene che se è lieve non può offuscare il piacere di vivere, se è acuto, dura poco e se acutissimo conduce presto alla morte. In quanto alla morte, Epicuro ripropone la natura materialista della sua dottrina: il corpo è un'aggregazione di atomi, tutti gli stati dolorosi e sensibili provengono dal corpo in quanto aggregazione, la morte è disgregazione degli atomi, quindi la morte è assenza di dolore perché è assenza di percezioni. Con le parole di Epicuro:
"Nulla c'è di temibile nel vivere per chi sia veramente convinto che nulla di temibile c'è nel non vivere più".
Una volta però accettata la morte come annullamento del corpo e assenza del dolore, resta il fatto che la morte può impedire di fatto che si viva la felicità, e per questo può essere un male. Epicuro ribatte allora che se la vera felicità, il vero piacere, è l'assenza del dolore, allora il massimo piacere che un uomo può provare in vita non è superabile una volta raggiunto, poiché non si può, una volta tolto il dolore, pretendere di togliere altro.
La vera felicità è già compiuta in sé, e non basterebbe quindi l'eternità per raggiungere una felicità più grande. L'uomo che non conosce la felicità come assenza del dolore è destinato a soffrire invece per tutta la vita, alla ricerca continua di nuovi piaceri che mai soddisferanno la sua sete di felicità.L'ignoranza genera dolore
L'uomo è destinato a provare dolore se non conosce la verità, e la verità si rispecchia nel saper distinguere il vero piacere dal piacere dei dissoluti. La saggezza e la sapienza conducono quindi all'autentica felicità, in quanto è grazie al loro apporto che l'uomo si mette in quella disposizione d'animo che lo conduce a fare chiarezza sulle cose.
Il vero piacere è l'assenza del dolore, ma ignorandone il significato l'uomo non può che cadere nell'errore, è dall'ignoranza che scaturiscono tutti i mali, le pene e le cure. Partendo da questa verità, presente alla coscienza del saggio e del sapiente, l'uomo può finalmente derivare tutto quell'insieme di regole di vita che permettono all'uomo di curare il male dell'anima (e sopportare dunque con maggiore coraggio il male del corpo). Se l'ignoranza del vero senso del piacere conduce al dolore, la verità conduce allora al piacere.
Compito della filosofia epicurea è quindi dare all'uomo un metodo valido per superare la percezione del dolore e dell'infelicità, veri mali del mondo. E' dunque funzione della filosofia, che consiste infatti "nell'aver cura della sapienza", fornire l'uomo dei mezzi più validi per chiarire il vero significato del piacere e quindi della felicità, perché non conoscendone il vero significato, gli uomini sarebbero in balia di quell'ignoranza che li farebbe brancolare nel buio, impedendo loro di approdare alla serenità dell'animo.Epicuro visto da NietzscheUn giardino, fichi, piccoli formaggi e insieme tre o quattro buoni amici: fu questa la sontuosità di Epicuro. (Umano, troppo umano)Epicuro ha vissuto in tutti i tempi, e vive ancora, sconosciuto a quelli che si dissero e si dicono epicurei, e senza fama presso i filosofi. Del resto egli stesso dimenticò il suo nome: fu il bagaglio più pesante che avesse mai gettato via. (Umano, troppo umano)Sì, sono fiero di sentire il carattere di Epicuro in modo diverso, forse, da chiunque altro, e soprattutto di gustare in tutto ciò che di lui leggo e ascolto la gioia pomeridiana dell'antichità - vedo il suo occhio che guarda un vasto,albicante mare, oltre gli scogli delle coste su cui si posa il sole, mentre grandi e piccole fiere giuocano nella sua luce, sicure e placide come questa luce e quell'occhio stesso. Una tale gioia l'ha potuta inventare solo un uomo che ha perpetuamente sofferto, la gioia di un occhio davanti al quale il mare dell'esistenza si è quietato e che non si sazia più di guardare la sua superficie, e questo screziato, tenero, abbrividente velo di mare: non era mai esistita prima di allora una tale compostezza della voluttà. (La gaia scienza, af. 45)La lotta contro la 'fede antica' intrapresa da Epicuro fu, in senso stretto, una lotta contro il cristianesimo preesistente- lotta contro il vecchio mondo intristito, moralizzato, inacidito da sentimenti di colpa, diventato decrepito e infermo. (La volontà di potenza, af. 438)L'epicureo si sceglie la situazione, le persone e perfino gli avvenimenti che si armonizzano con la sua costituzione intellettuale estremamente eccitabile, egli rinuncia al resto, vale a dire al più, perchè sarebbe per lui un cibo troppo forte e pesante. (La gaia scienza, af.306)Epicuro, l'acquietatore d'anime della tarda antichità, comprese meravigliosamente, come ancor oggi così raramente si comprende, che per tranquillizzare l'animo non é affatto necessario risolvere le ultime ed estreme questioni teoriche. Sicchè a coloro che erano tormentati dalla 'paura degli dèi', gli bastava dire:" se ci sono gli dèi, essi non si preoccupano di noi ",- invece di disputare sterilmente e da lontano sulla questione suprema, se ci siano in genere dèi. Questa posizione é molto più favorevole e forte: si danno all'altro alcuni passi di vantaggio, rendendolo così più pronto ad ascoltare e a ponderare. Ma non appena quegli si accinge a dimostrare il contrario,- che gli dèi si preoccupano di noi,- in quali errori e intrichi spinosi non dovrà cadere il misero, affatto da sè, senza astuzia da parte dell'interlocutore? Costui deve solo avere abbastanza umanità e finezza da nascondere la sua compassione per questo spettacolo. Da ultimo l'altro giunge alla nausea, l'argomento più forte contro quella proposizione, alla nausea per la sua stessa affermazione; si raffredda e va via con lo stesso stato d'animo che é anche dell'ateo puro: "cosa importa poi a me degli dèi? Che il diavolo se li porti!".- In altri casi, specie quando un'ipotesi a metà fisica e a metà morale aveva offuscato l'animo, egli non confutava questa ipotesi, bensì ammetteva che poteva essere così, ma che per spiegare lo stesso fenomeno c'era ancora una seconda ipotesi; e che forse la cosa poteva stare ancora diversamente. Anche nel nostro tempo la pluralità delle ipotesi, per esempio sull'origine dei rimorsi della coscienza, basta per togliere dall'anima quell'ombra che così facilmente nasce dal ruminare un'ipotesi unica, la sola visibile, e pertanto cento volte sopravvalutata. - Chi dunque desidera largire conforto, a infelici, malfattori, ipocondriaci, morenti, si ricordi delle due espressioni tranquillizanti di Epicuro, che si possono applicare a moltissime questioni. Nella forma più semplice esse suonerebbero all'incirca: primo: posto che la cosa stia così, non ce ne importa niente; secondo: può essere così, ma può anche essere diversamente. (Il viandante e la sua ombra; af.8)Bibliografia
Robe trovate qua e là in internet...
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